Il Piano Rifiuti del Lazio, un libro dei sogni tutti da realizzare

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Il piano rifiuti che è stato proposto dalla Regione Lazio per “rimpiazzare” quello vecchio, è arrivato tardi, molto tardi. La Regione ci ha messo ben sei anni per vararlo. Quindi ci si aspettava che, una volta elaborato alla Cristoforo Colombo ed emerso dalla fucina della Pisana, fosse un piano rifiuti rivoluzionario e quasi privo di difetti.

Invece ci si rende conto che sembra un copia e incolla di proponimenti, promesse e obiettivi privi di connessione tra loro, tenuti insieme da un unico collante: i numeri scritti sulla carta dove potrebbero restarci. Perché basta collegare alcuni punti che sono evidenziati dal piano stesso per coglierne i limiti.

Primo, il piano basa la sua autosufficienza impiantistica  soprattutto, sulla necessità di non costruire altri impianti di termovalorizzazione oltre a quello Acea di San Vittore.

Secondo, questa “autarchia” impiantistica sarebbe dovuta a due fattori: l’aumento esorbitante dei livelli di raccolta differenziata da parte di Ama a Roma e l’edificazione di un quasi miracoloso impianto di trattamento rifiuti a Colleferro, di proprietà della Lazio Ambiente (società della Regione ).

Terzo, per quanto riguarda l’aumento della differenziata, questa entro la fine del 2020 dovrebbe raggiungere il 70% e poi andare oltre. Oggi sta al di sotto del 45% ed è davvero impensabile che decolli da un giorno all’altro con la situazione che ogni giorno si vede sulle strade. L’ordinanza della Regione scade a fine mese  scaricando sulla provincia e in regione tonnellate di rifiuti da trattare e gettare in discarica.  A dire il vero, non sono ottimisti nemmeno gli stessi dirigenti (compreso il cda)  di Ama che, in diverse dichiarazioni stampa di questa estate hanno detto a più riprese che tale risultato  della differenziata era quantomeno “irrealizzabile”.

Quarto, c’è anche questo avveniristico impianto targato Lazio Ambiente che dovrebbe lavorare ben 500.000 tonnellate di rifiuti all’anno, la maggior parte delle quali (secondo quanto riportato dal piano) dovrebbe diventare FOS, che è un tipo di compost non più utilizzabile ai fini agricoli, ma solo per fare da copertura in discarica, altrimenti viene considerato un rifiuto e basta.

Insomma, o copre una discarica oppure ci finisce dentro come monnezza, sta di fatto che nel piano circa il 40% di 500.000 tonnellate (ben 300.000) all’anno verrebbero trasformate in FOS. Questo a discapito della produzione  che diminuirà del 50% circa nei prossimi anni, di modo che possano bastare (sempre sulla carta) i numeri del termovalorizzatore di ACEA a San Vittore, una volta chiuso per sempre quello di Colleferro.

C’è solo un piccolo problema però, perché questo avveniristico impianto si dovrebbe fare sui terreni inquinati di Colle Sughero, dove un tempo c’era il termovalorizzatore di Colleferro. Proprio quello che è costato milioni di euro di pezzi nuovi per modernizzare pro tempore il termovalorizzatore e che non sono mai stati installati (indagherà la Corte dei Conti su questo spreco di pubblico danaro?).

Ma c’è un’altro problema, un terreno inquinato prima lo devi bonificare. E se non lo bonifichi non ci puoi costruire nulla, e se non ci puoi costruire nulla non puoi far “sparire” 500.000 tonnellate di rifiuti per far quadrare i numeri.

Quinto e ultimo punto, il piano regionale dice di dover seguire entro 4 anni le BAT (Best Available Techniques), che sono una serie di direttive europee anche sul trattamento dei rifiuti presso tutti i paesi dell’Unione.  A parole, il piano segue le BAT, cerca di abbassare l’impatto ambientale e il conferimento in discarica. Nei fatti, succederà probabilmente tutto l’opposto, se abbiamo ragione nei quattro punti precedenti. E quello che succederà è che saranno gli impianti di tritovagliatura e le discariche del Lazio a ricevere molti più rifiuti, anziché meno, perché il sistema sarà messo sotto costante emergenza per le mancanze di capacità di termovalorizzazione.

Ne beneficeranno quei Paesi, come la Germania, che ormai stanno superando anche l’era attuale proiettandosi nel futuro e avranno sempre più spazio nei loro termovalorizzatori, che ci faranno pagare sempre di più per smaltire la monnezza capitolina. Inoltre ne beneficeranno le discariche di rifiuti trattati che tornano protagoniste indiscusse del mercato, con prezzi anche 3 volte superiori a quelli di pochi anni fa. Con la variabile che Colle Fagiolara a Colleferro dovrebbe chiudere entro l’anno.

E, dulcis in fundo, se i piani non dovessero realizzarsi, ci sarebbe anche il rischio di finire sotto una nuova infrazione da parte dell’UE, per non aver aggiornato il sistema alle direttive delle BAT. Insomma, oltre al possibile danno, si aggiunge un altro danno.

Comprendiamo la sintonia ormai politicamente consolidata fra Zingaretti e la sindaca Raggi, ma se il piano non dovesse funzionare e il ministro Costa (5stelle) non intervenisse con un razionale piano di trattamento e smaltimento dei rifiuti, c’è da temere che Roma diventi una vera e propria bomba ecologica.

Se poi è vero che il dott. Fortini, neo presidente di Lazio Ambiente, sia l’anima di questo piano regionale, mano destra dell’assessore Valeriani, c’è da chiedergli quantomeno di ripescare le soluzioni individuate quando era amministratore delegato di Ama con il sindaco Marino. Probabilmente risalterebbero molte incongruenze rispetto alle sue proposte di impianti di trattamento  e “isole ecologiche” (ben 32) in città , ma quando ancora Colleferro un po’ di monnezza la bruciava e si pensava di buttarci 40 di milioni per ammodernare radicalmente  la struttura.

Comunque todos caballeros, no ai termovalorizzatori nunc et semper , nel Lazio in Italia e nel mondo in attesa della rivoluzione verde “gretina” che al Nord Europa si  confronta con opzioni meno ideologiche, ma con lucrosi impianti di smaltimento.

Giuliano Longo

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