A colloquio con Goffredo Bettini: “Con la pandemia rischio scollamento fra paese legale e paese reale”

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A colloquio con Goffredo Bettini: “Con la pandemia rischio scollamento  fra paese legale e paese reale”
22/09/2011 Roma, festa dei Valori del Lazio. Nella foto Goffredo Bettini PD

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Definito dalla stampa “Il consigliere più ascoltato di Zingaretti”, il “mentore” del segretario del Pd, Goffredo Bettini è stato dirigente romano e nazionale del PCI.  Frequenta grandi intellettuali come Pasolini, Bertolucci, Volponi, Eduardo, Moravia, Sanguineti. Negli anni ’90 promuove la candidatura di Rutelli sindaco avviando quel Modello Roma, che governerà per 15 anni la capitale. È presidente dell’Auditorium e fonda la Festa Internazionale del Cinema di Roma. 

Con Veltroni segretario, diventa coordinatore nazionale del PD. Alle dimissioni di Veltroni lascia ogni incarico e si dedica a mesi di lavoro culturale e alla scrittura. Nel luglio 2014 viene eletto al Parlamento europeo che lascia dopo una legislatura. Intellettuale di grande spessore manifesta una capacità di analisi non comune come dimostra anche in questa intervista concessa di persona.

 Venerdì scorso alla direzione del PD lei ha affermato di essere molto preoccupato per il rischio che in questa situazione di grave emergenza si verifichi un pericoloso scollamento fra Paese legale e Paese reale.

Se ci pensa bene, nel corso di quella stessa serata, per quanto fomentati, si sono verificati i gravi incidenti di Napoli. Ma i miei timori partono da una analisi sull’Italia e la sua storia: il distacco tra le istituzioni, la politica e il popolo. Una situazione che ci portiamo addosso dalla crisi dei grandi partiti di massa (DC, PCI, PSI). In Italia le istituzioni sono state deboli dalla sua Unità; per come è stata realizzata, con una classe dirigente liberale, elitaria che ha condotto al fascismo. Sino finalmente al riscatto della Repubblica nata dalla Resistenza e da un patto costituzionale.

Allora i partiti di massa furono l’ossatura della democrazia, perché riuscirono ad immergere le loro radici nella vita reale del Paese, colmando i vuoti della nostra storia, che ha avuto un senso della Nazione insufficiente, una borghesia che non si è mai assunta le sue responsabilità fondamentali e molti settori delle classi popolari emarginati.

I partititi di massa hanno colmato queste carenze.

Ma l’89 e il ’92 posero fine a questa “impalcatura”. Anche il PCI e il Pds subirono nel giro di pochi anni il doppio colpo prima della caduta dell’URSS e poi di Tangentopoli, senza recuperare un vero disegno, un progetto adeguato di riforma istituzionale e politica. 

A mio avviso da quel momento non siamo riusciti a sviluppare una idea ed una prassi che affrontassero decisamente il tema della rappresentanza democratica. Ci provò per breve tempo il PD nel momento della sua costituzione. Ma il tentativo è durato poco, ed oggi il mio partito rappresenta prevalentemente ceti medi riflessivi, ma ha perso pezzi di popolo, soprattutto nelle fasce più sofferenti.

Il Pd ha scelto prevalentemente di governare e spesso ha governato bene. Lo abbiamo fatto con Prodi, con l’Italia che in qualche modo si è unificata nella battaglia per l’euro e l’Europa. Ma l’asse politico del PD, quello del Lingotto, fu forse influenzato troppo dalle politiche di Blair e fu preso in contropiede dalla crisi economica del 2008.

Il PCI si fondava sull’esistenza di corpi politici intermedi molto forti come i sindacati, la cooperazione, l’associazionismo e così via, ma nel frattempo, a causa di una globalizzazione mal-governata, il Paese “reale” e la nostra società si andavano atomizzando, sfarinando. Per cui i problemi non arrivavano più già filtrati e mediati da questi corpi intermedi come in passato. Ci è mancata una analisi adeguata per comprendere quanto stava accadendo nella società.

Insomma, il PD non avrebbe saputo rispondere a questi mutamenti storici

Ci abbiamo provato con il tentativo del PD, un partito aperto, che coinvolgesse gli iscritti con i referendum sulle scelte politiche e con le primarie. In questo modo tentammo di interpretare e contenere e interpretare la frammentazione sociale; ma il tentativo durò solo un anno e mezzo.

Eppure ricordo che Veltroni alle politiche del 2008, nel confronto con Berlusconi, portò a casa il 34% dei voti; puntando su quella che definimmo la nostra vocazione maggioritaria. Oggi, insisto, viviamo una crisi paurosa di rappresentanza e finché non recuperiamo una analisi seria, un approfondimento della realtà e la capacità di cogliere i fenomeni ed i fermenti sociali emergenti, resteremo inchiodati al 20%.

D’accordo, tuttavia la vocazione “governista” è rimasta nel dna e nelle scelte del Pd, al governo a tutti i costi.

 Ma, guardi che in un certo senso siamo spesso destinati a governare essendo un partito democratico e anti-sovranista, fortemente europeista e tutto sommato con i nostri rappresentanti nel Governo che vengono considerati i più saggi e più preparati. Noi abbiamo spinto l’Europa su una strategia di solidarietà e di rischio comune. Per questo oggi l’Italia conta nella UE. 

Il ministro Gualtieri ha un profilo di studioso e di sobrietà. Il mio amico Bruno Astorre dice che “non gli si appiccicano i voti addosso”. Eppure al momento della sua ultima candidatura al Parlamento Europeo mi fu indicato anche da Draghi come indispensabile, proprio per l’esperienza che aveva maturato in qualità di presidente della commissione economica a Bruxelles. 

Così come Giuseppe Conte si è dimostrato abile e tenace nella trattativa europea e, assecondando un lavoro di squadra, ha portato a casa risultati decisivi. 

Però Conte, sempre forte per come ha gestito la prima emergenza Covid, dai sondaggi oggi risulta un po’ appannato.

Questo è il vero aspetto delicato della grave situazione che stiamo vivendo. Dall’emergenza dobbiamo passare alla fase costruttiva e abbiamo il problema di una pubblica amministrazione che da anni è abituata a tagliare e non a spendere e investire, a causa di uno storico debito pubblico sempre esposto rispetto ai parametri europei. Oggi i soldi, sia pur erogati gradualmente, ci sono e tanti; ma abbiamo il problema di adeguare il funzionamento della macchina amministrativa e siamo privi delle competenze necessarie per imprimere una svolta.

E abbiamo la necessità di “fare in fretta”. E poi la politica deve avere le idee chiare su come impiegare queste risorse che non vanno disperse nei mille rivoli di un sistema politico e istituzionale così frammentato come il nostro, attraversato da una miriade di interessi spesso configgenti.  

Eppure guardando a quanto succede nel Governo, i 5stelle, che sono maggioranza nelle Camere, appaiono un elemento di freno. 

Per noi il rapporto con i 5stelle è stato una sfida; ma non potevamo fare altro perché altrimenti si consegnava il Paese alla Destra e non avremmo preso le risorse necessarie dall’Europa. La stessa pandemia sarebbe stata affrontata con l’incoscenza dei negazionisti. Certo è stato ed è un rapporto difficile e talora frenante, ma su tanti temi di fondo sono passate le nostre posizioni.

Tuttavia lei ha teorizzato l’alleanza con i grillini sul piano strategico non solo come momento contingente.

Non voglio usare parole di gergo quali “alleanza organica, strutturale” etc, dico solo che se si vuol fare un governo che duri per tutta la legislatura, con in mezzo anche l’elezione del Presidente della Repubblica, ci vuole una intesa politica. Si deve lavorare perché questa alleanza si presenti al Paese in modo più unitario.

Per questa ragione abbiamo proposto un patto di legislatura per il quale si arrivi anche a compromessi, ma trasparenti, senza litigi e imboscate.  

Questo è il passaggio fondamentale di questi giorni e qualche novità si era intravista, ad esempio da parte Renzi. Al quale ho detto: guarda che se tu fai come Calenda la gente voterà lui, perché apparirà più coerente, non te. Tant’è che nei sondaggi Calenda, senza partito, prenderebbe gli stessi voti di Renzi che ha un partito, un ceto dirigente e gruppi parlamentari.

A Renzi lei ha recentemente proposto di costituire un’area liberal socialista con Calenda e La Bonino che potrebbe portare a casa un 10% dei consensi.

Oggi di fronte alla pandemia che dilaga è ancora più urgente e necessario. Anche perché vedo da parte di Italia Viva e i 5Stelle un pericoloso rompete le righe. Insomma, non si può stare con i piedi in due staffe. Renzi nel Governo dovrebbe passare ad una fase di proposta. Se non va in questa direzione, rimarrà una personalità solitaria, come Calenda che chiede alla fine il voto solo per se stesso. 

I 5stelle contemporaneamente dovrebbero sviluppare una maggiore vocazione di governo, in grado insieme a tutta la coalizione di aiutare Conte ad affrontare questa crisi davvero epocale. Ecco il patto di legislatura.

Prima si realizza questo patto meglio è per l’Italia, altrimenti si rischia di precipitare dalla sfiducia nei confronti di tutti all’esplodere di una rabbia violenta. La prima fase della pandemia infatti ha creato paura. La gente si sentì coinvolta; e accettò i sacrifici. Oggi fa ancora paura, ma la gente è stanca. E nel profondo dell’opinione pubblica c’è il quesito: avete fatto tutto quanto era necessario? Ecco perché il messaggio politico è “fare presto!” Poi se c’è la necessità di fare cambiamenti nell’assetto di governo si vedrà.

Se non sarà così l’alternativa non può che essere un Governo di unità nazionale del Presidente della Repubblica.

Esatto. Ma proprio in termini di rappresentanza di cui parlavamo, non sarebbe ancora una volta una catastrofica rinuncia della politica? Perché la prospettiva sarebbe proprio questa: o si va ad un governo di tutti o si va ad elezioni che peraltro nessuno vuole. 

In questa situazione non le pare che la sinistra oggi manchi di una dimensione internazionale nella percezione dei problemi?

Partiamo dal respiro internazionale, globale, che effettivamente è insufficiente nelle nostre analisi.

Ci sono processi talmente rapidi che sfuggono anche ai governi. La partita si gioca sulle materie prime, l’innovazione e i processi produttivi che messi insieme determinano una “potenza”. 

Ora il mondo non è più bipolare, in termini anche militari. Tra gli Stati c’è meno competizione sul denaro, sulla finanza. Il problema è come spendere le risorse in processi produttivi vincenti, come sta dimostrando ad esempio la Cina.

Ripeto: non è un problema di finanza o risparmio, del quale peraltro l’Italia è ai primi posti nel mondo, è semmai il problema di dare fiducia per mobilitare queste risorse in investimenti competitivi, efficienti, produttivi sui mercati del mondo.

Alla fine è in ballo il destino dell’Europa 

Certo. Questa è una sfida che investe per intero il ruolo dell’Europa; che è il nostro destino. Solo l’Europa può rappresentare la massa critica per resistere a fronte di potenze quali USA e Cina, Sud est asiatico, Russia… 

Sino ad oggi l’Europa ha risposto bene sul piano economico e sociale, ma questo risultato ha il respiro corto se le istituzioni UE non sviluppano una maggiore rappresentanza e integrazione delle politiche fondamentali. In primis quelle fiscali, infrastrutturali, della Difesa, della scienza e della formazione. 

Se dovessimo rimanere solo uno spazio sociale, di civiltà e cultura, non avremo mai la possibilità di esercitare un qualche ruolo centrale nel Mondo. Machiavelli, parlando dell’Italia rinascimentale, diceva che il Principe deve avere eserciti suoi, altrimenti è un Principe dimezzato.

Scusi, ma in un contesto di questo ampio respiro mi pare che ci sia una grande debolezza culturale e politica dei 5stelle. 

Certo, una debolezza c’è. Anche perché il loro paradigma di non essere né di destra né di sinistra non regge. Quando stai in un governo scegli una posizione e non puoi più “acchiappare tutto”, scaricandolo contro un sistema istituzionale. Loro, per altro, non sono un partito né di destra né di sinistra, ma un partito che nelle sue componenti è sia di destra che di sinistra. La prova di governo ti impedisce di tenere i piedi su due campi. E questo è il dibattito che c’è al loro interno.

Vuol dire che in prospettiva dovranno sacrificare la componente di destra per l’area che definirei Governista?

Mi pare che al momento questa sia maggioritaria e che Di Maio abbia riallineato la sua posizione con quella di Conte e Grillo; in maggioranza ritengono prioritaria la necessità di dare una risposta agli italiani cercando di costruire una prospettiva unitaria con il Pd. L’altra componente di destra tira calci, ma in un certo senso con qualche ragione, perché difende la sua originaria pulsione di destra.

Passiamo ad altro. Vedo che lei ha un ottimo rapporto con la grande stampa, ma come mai questa, più o meno velatamente, è ostile a Conte?

Secondo me al fondo c’ è una verità banale: l’establishment, il salotto buono del capitalismo è sempre stato abituato a un potere politico che conosceva e misurava bene. Mi lasci dire che anche la sinistra a questi salotti ha fatto anche troppi “salamelecchi” finendo per considerare, invece, la piccola media impresa come degli evasori fiscali e regalandoli alla Lega. Conte è del tutto nuovo nel panorama politico, difficile da condizionare; quindi, per certi versi, è considerato inaffidabile. Il salotto buono non si fida. Ma la gente lo gradisce perchè percepisce che è un uomo libero.

In un contesto così difficile lei lancia la sua associazione che, come ha ribadito, non vuol essere una corrente alle quali lei è contrario. Che senso ha?

Intanto chiamiamola area politico-culturale perché associazione ha un valore debole sul piano politico. Vorrei che fosse una sede di ricerca, di approfondimento; ma soprattutto finalizzata a rispondere alla seguente domanda: qual è il profilo del Pd al di là della sua funzione di governo nazionale e locale? Qual è la sua visione? Quale modello di società offre a quel popolo che in parte ha smarrito? Cosa propone sul piano di un modello di società? 

Se lei avverte l’esigenza di un Pd che dia risposte a questi quesiti, significa che attualmente il suo partito queste risposte non le dà.

No, non le dà a sufficienza. Zingaretti era partito con “Piazza Grande” e tante belle speranze di rinnovamento culturale e politico. Con un’idea autentica di riformismo, parola abusata ma che per i progressisti significa mutare i rapporti di forza nella società.  

Noi nel passato abbiamo gestito, al contrario, prevalentemente un riformismo della modernizzazione e dell’innovazione per far funzionare meglio ciò che esiste. La mia ambizione è invece cambiare la società. Ma nei mesi passati siamo inevitabilmente piombati nella emergenza; con una elezione dopo l’altra, poi le due ondate del Covid. Questo lavoro di ricostruzione della fisionomia e della proposta del nuovo PD si è dovuta rimandare. Va ripresa.

Siamo in una società nella quale sono cadute le forme politiche, istituzionali e sociali. I cittadini non avvertono più alcuna rappresentanza non solo politica; tale crisi di forme investe anche la Chiesa. 

In questa situazione la destra è oggettivamente in vantaggio perché propone un sistema di valori (patria, famiglia, etnia, etc.) che a noi non piace, ma a loro modo è aggregante; la sinistra viaggia in una situazione priva di ancore, ideali e anche esistenziali. Quelle vecchie sono giustamente affondate, quelle nuove le dobbiamo trovare e…in fretta, molto in fretta.

Giuliano Longo

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