Comunali di Roma. A destra forse Giletti, per i 5 stelle forse la Raggi, laa sinistra non pervenuta (in attesa delle primarie- covid permettendo)

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Comunali di Roma. A destra forse Giletti, per i 5 stelle forse la Raggi, laa sinistra non pervenuta (in attesa delle primarie- covid permettendo)

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Quando lo spettacolo entra in politica, da Reagan a Cicciolina, ha sempre successo, non parliamo poi dei giornalisti che insieme ad attori e conduttori tv sono una delle categorie più rappresentative degli eletti, subito dopo gli avvocati che letteralmente inondano tutte le cariche elettive.

E allora perché no a Giletti,  ventilato candidato della destra a sindaco di Roma?  Oppure Nicola Porro il giornalista televisivo collaboratore de il Giornale di Sallusti, che magari avrebbe un po’ di chance in meno di immagine rispetto all’agitato conduttore di “non è l’Arena”, ma probabilmente qualche competenze in più in economia, nonostante la sua ostilità alla pubblica amministrazione e alla burocrazia. 

Certo, Giletti è molto pop, aggressivo, facondo quanto basta, politicamente sgamato (basta riavvolgere il nastro delle sue interviste ad esponenti politici per capirlo); forse un po qualunquista, ma ormai è da Mani Pulite in poi che si sputtana la classe politica a tutto vantaggio del consenso grillino che ormai si va sgretolando.

Quindi Giletti for Mayor de Roma, nome che metterebbe sicuramente d’accordo Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Lui, Massimo,  è piemontese, per la precisione di Biella figlio di un locale imprenditore, ma che importa? Basta bazzicare la Rai per quasi 30 anni e de Roma conosci e capisci tutto: intrighi, clientele e sottobosco compresi.

Nato nel 1962 ha anche l’età giusta.  Nè troppo giovane né troppo vecchio per salire al Campidoglio e poi, sorretto da una bella squadra di assessori, potrebbe anche governare meglio di Virginia Raggi, che non è poi cosa impossibile visti i trascorsi.

Tanto più che nonostante qualche nostalgico legame con i Fratelli d’Italia, quella che fu la classe dirigente di Alemanno (escluso l’influente sponsor di Giorgia, on. Fabio Rampelli) se non scomparsa, è rifluita nelle terze e quarte linee, mentre incalzano i neo leghisti spuntati come i funghi ma che contano molto a Latina e pochino a Roma.

Lui, Giletti, l’ha già detto chiaramente che ci sta pensando (che tradotto vuol dire “presente !”).  Chi invece sta facendo ammuina a sinistra è Carlo Calenda, appena eletto eurodeputato, con i voti del Pd per farsi poi subito il suo partitino,  che dice di essere in attesa solo di alcuni sondaggi (pagati da lui, beninteso) per sciogliere la riserva e candidarsi.

Candidatura eccitante, soprattutto per quei circoli della gente bene, anche a livello nazionale e relativi giornaloni, convinti  che un manager, moderatamente liberista e sicuramente competente possa risollevare le sorti di Roma.

C’è solo un problemino: per venire eletto non bastano i voti del suo partitino, più quelli del Partito di Renzi che a Roma va poco oltre il 3% nonostante l’affanno sui social, ma solo lì, dell’on. Nobili Renziano della prima ora. E nemmeno bastano i voti di + Europa della Bonino che conta solo, in termini di eletti, se il Pd lo decide. 

Certo qualcuno  del Pd, come la onorevole Prestipino, già strizza l’occhio alla candidatura dell’ex ministro,  così come la consigliera regionale Valentina Grippo che addirittura era in procinto di passare con Renzi (le è andata bene), ma ci vuol ben altro per smuovere il corpaccione del Pd e della sinistra romana (talora torpida, ma non scema)  per portare voti, perché sono quelli che contano e si contano.

Oggi tutti i quotidiani riportano lo “sgomento” di Zingaretti e compagni per l’eventualità della candidatura del pariolino euro deputato, anche se l’origine socio-ambientale conta poco perché ricordiamo che il candidato della destra, Stefano Parisi , originava dai Parioli e per un pelo (il pelo di Pirozzi) non ha battuto Nicola alle ultime regionali.

In verità al sottoscritto pare che tanta agitazione giornalistica tenda più a creare un clima di suspense per la candidatura di Calenda più che un reale, e tremebondo moto di preoccupazione nel Pd, che pur ridotto in Roma  a pochi circoli funzionanti, ha ancora una classe dirigente di tutto rispetto ben rappresentata dal Governo.

Gli acculturati e influenti  agitprop di Calenda dicono che i suoi “pochi” voti potrebbero impedire all’ancora “innominato” candidato Dem, di arrivare al ballottaggio in uno scontro impari, ad es. con Giletti/Raggi.

In effetti lo credeva anche il renziano, tal Scalfarono (sostenuto dall’astuta ministra pugliese Bellanova)  pur di fregare Emiliano magari a vantaggio di Fitto. Ma non è andata così ed Emliano le ha suonate a tutt’e due recuperando anche voti grillini, cui sta aprendo  a livello di amministrazione regionale in Puglia.

Per di più Calenda ha sempre stragiurato che lui con i grillini non ci andrebbe neanche morto, mentre il duo Zingaretti/Bettini persegue tenacemente l’alleanza “organica” con i 5 stelle in vista delle elezioni comunali nelle grandi città. Oltre Roma, Milano Napoli, Bologna Torino ecc.

Insomma il brillante europarlamentare non convincerebbe i Dem nemmeno in caso di una tardiva autocritica e giuramento di perenne fedeltà alla strategia di Nicola. Nel Pd ancora si paga se si sbaglia e Renzi lo sa benissimo.

Certo, non è che loro,  i Dem, navighino in acque tranquille o non siano preoccupati, tanto che il giovane e pressoché sconosciuto segretario cittadino, Andrea Casu, ha convocato in settimana la riunione di quella che potrebbe essere la coalizione di sinistra alle comunali del prossimo anno.

Per decidere che? In fondo, statuto alla mano,  può solo decidere di fare le primarie con i candidati che già sono sicuri di voler concorrere e che nel frattempo rilasciano interviste e commenti a tutto spiano (da qualche parte si devono pur far conoscere) .

Ma, come dicono ormai tutti, manca il nome forte, ad esempio quello del Presidente del Consiglio Europeo Davide Sassoli forse ancora sollecitato da Zingaretti che non molla. Questo, ad oggi, l’unico nome “forte” (fra le altre rinunce autorevoli)  che potrebbe  arrivare  al ballottaggio per  far convergere i voti dei 5stelle.

Anche Sassoli in fondo deve subire il fuoco amico, tanto che in un recente articolo su un giornalone, una fonte Dem, rigorosa anonima, insinuava che il presidente del parlamento UE non intendeva rinunciare al suo ricco emolumento europeo di circa 15mila euro, per i miseri 4.000 mese del sindaco di Roma. Il  che non gli farebbe molto onore se la Capitale val pure una messa.  

Semmai è pur valida l’argomentazione che è importante la presidenza italiana per il Recovery Fund che non decide il Parlamento, ma la Commissione dove peraltro ci sta Gentiloni.  

Di Maio, da Lucia Annunziata ha aperto uno spiraglio affermando  che tutto sommato il nome della Raggi non dovrebbe essere un tabù, anche se Virginia, proprio da lui e Grillo ha avuto l’investitura alla sua auto- candidatura. Nella sostanza  ha detto che sulle grandi città toccherebbe adottare lo stesso schema di gioco delle alleanze di Governo che già ha giovato recentemente in qualche Comune. 

Tocca quindi al Pd trovare a Roma il nome della pacificazione su cui far convergere i 5stelle almeno al ballottaggio, ipotesi che incautamente (sulle sponde di Di Battista) Virginia ha categoricamente rifiutato. Niente accordi con i Dem, né prima né dopo. Evvai!

E se il nome forte non si trova? Comunque si va alle primarie dove 5, 6, 7, mille candidati si contenderanno il palmares della candidatura, dandosi botte a destra a manca a tutto svantaggio di quel popolo della sinistra che dovrebbe andare ai gazebo, mentre molti di questi  candidati (se non tutti)  nemmeno li conosce.

Ma già l’uccellino suggerisce una soluzione perché le primarie a Roma in tempi di Covid (e che tempacci!) non sarebbero gran che consigliabili, forse addirittura temerarie nel pieno della seconda ondata. 

Allora si quel nome dem  forte dovrà pur saltar fuori. Cas de force majeure.

Giuliano Longo

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