“Sole Alto”, un film di Dalibor Matanic sui conflitti etnici dei Balcani non ancora sopiti

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“Sole Alto”, un film di Dalibor Matanic sui conflitti etnici dei Balcani non ancora sopiti

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E’ il 1991, in un villaggio della Bosnia abitato da croati e serbi già si avvertono i segnali di quella che sarà la sanguinosa guerra civile jugoslava che dividerà le etnie e che il socialismo di Tito aveva unificato in una unica federazione. “Sole alto” presenta una storia di tre generazioni segnate anche oggi dalla metastasi delle divisioni etniche.  

Nel primo episodio il regista croato Dalibor Matani – che si avvarrà gli stessi attori maschile e femminile anche nei due episodi successivi – racconta di Jelena serba e Ivan croato che si amano e stanno per lasciare i paesi in cui vivono per trasferirsi a Zagabria, avvertendo l’addensarsi di nuvole di sangue e violenza. Ma Ivan, perseguitato dal fratello di lei già mentalmente in guerra con i croati, verrà ucciso quasi accidentalmente da un giovane militare delle milizie serbe mentre con la tromba vuole far sentire la sua presenza alla donna che gli è negata.  

Nel secondo episodio, dopo il conflitto, la giovane serba Nataša torna con la madre nella casa in cui avevano vissuto e dove la guerra ha lasciato ferite e distruzioni  che feriscono le anime ancor prima che le case e i villaggi. Ante, croato, accetta di lavorare nell’edificio semidistrutto presentandosi con gentilezza e disponibilità, ma la ragazza gli si dimostra ostile sino a quando provocherà lei stesso un amplesso sessuale voluto, negando a se stessa quell’affetto che stava nascendo in lei per Ante che generosamente rifiuterà di venir pagato per il faticoso lavoro svolto.

Arriviamo quindi al 2011. Luka, croato, torna al paese dopo una lunga assenza  in occasione di una festa fra amici, un rave di giovani che fra alcol e droga non ha nulla da invidiare ai modelli di sballo odierni. Recatosi a casa dei genitori per una visita tanto rapida quanto sofferta si scopre che la madre ha ostacolato la sua relazione con una ragazza Serba, Marjia, dalla quale ha avuto un figlio che non ha mai visto. Dopo il rave in riva al lago decide di recarsi a casa di Marija che lo respingerà con ostilità, salvo lasciarli sul finale la porta socchiusa, quasi un invito a riannodare un legame, superando pietosamente barriere che il tempo rende assurde oltre che dolorose.
Il regista Dalibor Matani nella semplicità di una storia di sentimenti, affonda il coltello nella piaga degli odi etnici mai sopiti, che distruggono i sentimenti ma rimangono abbarbicati, come metastasi, nella realtà di territori dove si è sparso troppo sangue per una guerra che l’occidente non ha capito se non l’ha addirittura fomentata. 

 Matani ha conosciuto sulla sua pelle questa realtà che porta sullo schermo e sapeva che, nei Balcani, il film non sarebbe stato gradito dai rinascenti nazionalismi croato/serbo e musulmano/bosniaco. Soprattutto in quelle aree interne della Kraina e della Bosnia dove gli odi sono ancora profondi e l’Europa appare lontana nonostante la Croazia sia candidata alla Ue, la Serbia ci provi, ma tentenna, e la Bosnia sia abbandonata alla sua miseria. 

Qualcuno potrebbe accusare Matani di sentimentalismo stucchevole, ma al contrario ci dimostra con delicata crudezza (mi si passi l’ossimoro) le radici di un disagio antico ma ancora presente dopo tre generazioni, come se in quelle radure addolcite da laghi e boschi, ma fatte anche di roccia carsica e arida si annidasse un virus di violenza e odio non ancora debellato.

In sintesi un film che è veramente notevole e da vedere per comprendere una realtà vicina geograficamente ma lontana culturalmente.

Giuliano Longo

 

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