Venezia Cinema, la memoria dell’attacco terroristico al Teatro Dubrovka ripercorsa dal film di Tverdovskiy

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Venezia Cinema, la memoria  dell’attacco terroristico al Teatro Dubrovka ripercorsa dal film di Tverdovskiy

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Chi ricorda ancora l’attacco terroristico al Teatro Dubrovka del  2002, quando 40 terroristi ceceni sequestrarono e tennero in ostaggio circa 850 civili? Loro volevano il ritiro  dei militari russi dalla Seconda Guerra Cecena, ma dopo due giorni di assedio l’irruzione delle forze speciali russe provocò la morte di 39 terroristi e 129 civili, in parte dovuta all’uso di un gas paralizzante che colpì indistintamente vittime ed aggressori immediatamente liquidati sul posto.  

Una pagina dolorosa per una nazione intera che in quei giorni visse in diretta la tragedia, oggi forse dimenticata dai più ma non  da  Natasha (interpretata da Natalya Pavlenkova), una suora che si è ritirata in un monastero oppressa dai ricordi che la tormentano. Lei  decide di tornare a Mosca, dal lontano monastero in cui si è rifugiata dal mondo, per commemorare il tragico evento raccogliendone i testimoni proprio in quello stesso teatro Dubrovka luogo maledetto dell’eccidio. Nasce da questo spunto storico, di cronaca, il film Konferentsiya (Conference) del regista e scrittore  Ivan I. Tverdovskiy  presentato a Venezia nella Selezione Ufficiale delle Giornate degli Autori  in una coproduzione italiana con Russia, Estonia e UK. 

La monaca organizza l’incontro con i  sopravvissuti, di cui lei stessa fa parte in quel teatro, ma pochi si presentano perché il desiderio di dimenticare prevale rispetto alla passata tragedia. Viene così messo in scena una sorta di acting out collettivo, rafforzato da pupazzi che rappresentano terroristi e vittime colmando i vuoti degli assenti, e i sopravvissuti ripercorrono dettagliatamente la loro esperienza di quei giorni e di quelle ore.  

Anche la suora ha un vissuto precedente alla “sua fuga dal mondo”; una figlia che le è ostile, un marito paralizzato quasi allo stato vegetativo. E in effetti il vero mistero è proprio lei, Natasha: perché ripercorrere questa memoria dolorosa organizzandola minuziosamente? Perché dopo 18 anni?

Perché lei è una delle due donne che è riuscita a fuggire dal teatro prima dell’irruzione delle teste di cuoio ed è gravata da un senso di colpa che la tormenta, di qui la sua ossessiva, minuziosa ostinata ricerca di ciò che non ha vissuto sino alla fine in quel teatro. E continuerà a fuggire perché dopo la rappresentazione, forzosamente interrotta dal direttore del teatro, quando l’ex marito agonizzante verrà portato al pronto soccorso fuggirà ancora con un lamento straziante nonostante le invocazioni della figlia a restare.

La rimozione collettiva, la messinscena quasi maniacale non hanno risolto l’ossessione di Natasha  perché, come lei stessa ammette nel finale, ha fallito di fronte alla vera causa di quella che si può definire una sua nevrosi, ha fallito di fronte  alla paura di vivere,  come se lo shock di quella tragica esperienza avesse ormai bloccato la sua esistenza non placata dal ritiro mistico e dalla preghiera. 

Sin qui il personaggio ostinato sotto una apparente patina di dolcezza e disponibilità, ma tutto il film è intessuto di valori simbolici come nella migliore tradizione della spiritualità russa. Personaggi sempre fra colpa e riscatto. Un film ricco di simboli  che vanno colti con attenzione come la sequenza iniziale di ben tre minuti con un inserviente che pulisce con l’aspirapolvere i corridoi fra le poltrone, evidente riferimento alla rimozione  collettiva del tragico evento e all’odore di morte che permane nella mente. 

Oppure il rito ortodosso, in tutto il suo valore di fede vissuta, prima della partenza della monakhinja per la capitale dopo quasi 20 anni di assenza. Iconica anche la presenza di quei manichini in sala non più uomini e donne in carne, ossa, sentimenti, ma oggetti, quasi numeri, di un evento dimenticato. E sul  finale, mentre il teatro aggiusta i pochi danni causati dalla pacifica invasione di quei pochi, appare sulla scena per il prossimo spettacolo la riproduzione della Pietà di Michelangelo, chiaro invito ad una riconciliazione con la violenza del mondo nella “pietas” verso vittime, carnefici e sopravvissuti. 

Un film dove il dolore inestinguibile avvolge tutti  i personaggi che si muovono e vivono in un mondo radicalmente cambiato negli  anni che non lascia spazio alla memoria, ormai indifferente alla tragedia che solo le lapidi nei cimiteri rappresentano ancora.  

Giuliano Longo

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