La vita in diretta: ne resterà solo uno, Matano

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La vita in diretta: ne resterà solo uno, Matano

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Comincia sotto i peggiori auspici la prossima edizione tutta al maschile de “La vita in diretta”. Dopo la tempesta scatenata da Lorella Cuccarini alla fine dell’edizione invernale con le accuse di maschilismo rivolte al conduttore e giornalista Alberto Matano adesso è il turno del capo struttura Stefano Rizzelli lasciare, ad una settimana dalla partenza, il contenitore del pomeriggio.

I motivi? Parafrasando Giulio Andreotti verrebbe da dire che “il potere logora chi ce l’ha”: insanabili divergenze tra il dirigente Rai e il conduttore, capo progetto e capo redattore del programma avrebbero convinto Rizzelli a rinunciare al suo ruolo.  

Al suo posto sarebbe stata scelta Raffaella Sallustio, approdata in azienda due anni fa dall’Endemol per avvalorare la leggenda che le risorse interne non siano in grado di risolvere i problemi e che c’è un imprescindibile bisogno di risorse, per giunta apicali, provenienti dall’esterno.

Uno dei motivi dello scontro Rizzelli-Matano pare sia stato quello della scelta del produttore esecutivo sul quale non c’era, evidentemente, concordanza di vedute. Ora, se un dirigente Rai non può nemmeno più decidere chi debba essere il produttore esecutivo, è evidente che non siamo arrivati alla frutta ma al secondo giro di amari. La scelta di attribuire pieni poteri ai conduttori dei programmi, rendendoli capi progetto e, nel caso di Matano, anche capo redattore (cosa che ci fa dedurre che Vita in diretta sia diventata testata giornalistica altrimenti la qualifica non avrebbe senso) si può definire semplicemente infausta.

Il conduttore è un essere sublime e quasi mitologico ma è notoriamente creatura capricciosa, volubile, soggetta a cambi d’umore e, nell’occuparsi di fare bene il proprio lavoro, dovrebbe essere supportata, ma soprattutto guidata, coordinata, e a volte anche contestata da un gruppo di lavoro, gli autori, e dal famoso capostruttura, garante della linea editoriale della rete all’interno del programma. In sintesi, se il conduttore ci mette la faccia, gli altri ci mettono il cu…ore. Ma vogliamo essere ancora più chiari con un esempio pratico: se, puta caso, si dovesse decidere (e negli ultimi anni lo si è fatto in più di un’occasione) di dare un freno alla cronaca nera perché giudicata troppo morbosa, il capo struttura vigila che ciò accada, analizzando le scalette e monitorando gli ospiti per garantire l’osservanza delle regole e il rispetto lelle linee guida editoriali. Per fare questo si avvale di collaboratori che la pensano come lui e che, sotto di lui, vigilano e controllano le varie fasi.

Se questo potere viene svuotato e affidato al conduttore stesso, che magari è preoccupato perché la concorrenza sta vincendo la sfida dell’auditel, perché quel tale blog lo attacca sul personale o per mille altri motivi, è ovvio che l’equilibrio, la vigilanza e l’osservanza di tali linee guida va a farsi benedire. Non abbiamo mai creduto granché all’esistenza di uomini vitruviani con quattro braccia, quattro gambe e un cervello eccezionale. Concentrare il potere nelle mani di una sola persona non ha mai portato a niente di buono se non a deliri di onnipotenza. Se già la conduzione unica solleva forti perplessità a partire dall’appeal che una sola persona può avere nei confronti del pubblico (ovviamente in relazione al tipo di programma), concedere a questa anche il potere di fare il bello e il cattivo tempo non lascia presagire niente di buono. Ed è quello che, infatti, sta già accadendo. L’unica nota positiva nella scelta di un unico conduttore-padrone è che, se il programma non dovesse raggiungere i risultati sperati, sarà facile individuare chi togliere dal timone. Speriamo solo che il coraggio del direttore di Rai1 Stefano Coletta resti saldo come è stato finora.  

Lucignolo

 

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