Asian Film Festival a Villa Borghese: The Halt, dalle Filippine con furore contro le dittature

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Asian Film Festival a Villa Borghese: The Halt, dalle Filippine con furore contro le dittature

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È in corso alla Casa del cinema a Villa Borghese la diciassettesima edizione dell’Asian Film Festival per festeggiare i 100 anni del cinema filippino, presentati 3 cortometraggi e 10 paesi (Giappone, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam). L’Asian Film Festival, diretto da Antonio Termenini, presenta una selezione del meglio del cinema di ricerca e indipendente asiatico, con una grande attenzione per gli esordi e i giovani registi della ricca sezione Newcomers. 

Oggi segnaliamo The Halt (hang upa) di Lav Diaz, della durata di 4 ore e 40 minuti già presentato a Cannes l’anno scorso con il suo consueto standard torrenziale (performance anche di 7 ore) il regista che si è presentato ai festivals di Cannes e Locarno l’anno scorso, oggi si presenta a Roma con un film potente e provocatorio che immagina un vicino futuro cupo, troppo simile al presente. 

Il regista immagina infatti il sud est asiatico dopo una mortale pandemia, “il male oscuro” che nel 2035 falcidia la popolazione lasciando spazio alla dittatura dei Navarra, personaggio simile a quel Marcos abbattuto dalla rivoluzione del Rosario nel 1986.
Un dittatore paranoico, questo Navarra, che programma l’eliminazione di milioni di filippini gassandoli in nome della salvezza del Paese. Una dittatura sostenuta da un esercito e da una polizia ampiamente tecnolgizzati con un controllo ossessivo ad personam tramite droni.

Ma Lav Diaz non nasconde la sua opposizione all’attuale regime di Rodrigo Duarte che con la scusa della lotta al narcotraffico impone alle Filippine un regime autoritario non nascondendo la sua ragionata ostilità a un sistema politico quale quello filippino, che si presta facile preda di dittatori e soluzioni autoritarie. 

In una Manila continuamente battuta da piogge torrenziali, in ambienti periferici squallidi dove impera l’emarginazione, il regista ci racconta la vicenda di una umanità disperata e rassegnata preda di nevrosi, dipendenza da alcol e droga  e disturbi di personalità. Nè a questa nevrotica diagnosi sfugge Hook, ex colonnello dell’esercito riconosciuto braccio armato dalla Resistenza al dittatore, che fallisce l’unica possibilità offertagli di cecchinare il dittatore e si rifugia sull’assistenza ai milioni di minori a rischio in questa società in decomposizione. I rivoluzionari – dice – non parlano più il linguaggio della gente, non sono più all’altezza dei bisogni di una società disperata.

C’è anche Haminilda, un’ex professoressa di Storia che ora fa la prostituta si imbatte nella relazione lesbica con una pretoriana di Navarra; Jean, una psicologa che cerca di aiutare il suo popolo a non dimenticare la propria Storia (“perché un popolo senza memoria è un popolo senza anima“) e che verrà eliminata dal regime. E ancora Padre Romero, un prete cattolico che nel suo rifugio a Santa Rosa dà ospitalità a ribelli, guerriglieri ed emarginati  che verrà eliminato fra atroci torture. 
  

L’involuzione paranoica di Navarro, dall’inizio alla fine del film, è rappresentativa di molte figure dittatoriali, a cui Diaz fa chiaramente riferimento, e di cui racconta essere stato proprio lo spunto per The Halt anche quando per strada ha ascoltato il monologo di un’anziana guida turistica e l’ha registrato:
“I dittatori, i fascisti, i despoti, i folli capi, hanno tutti una predisposizione genetica che gli permette di dire al mondo che il loro pene è più grande. (…) Loro si credono di essere la voce di Dio e di altre creature mistiche che li avrebbero designati come degli eletti. (…) L’umanità, la cui propensione all’ignoranza conduce alla fabbricazione di miti, produce questo genere di psicopatici e mitomani. La complicità e l’apatia generale vi partecipano altrettanto. Ci sono numerose ragioni che spingono le persone a comportarsi in tal senso. Gli psichiatri e gli psicologi ne deducono che siamo tutti colpevoli, in diversa misura e in base al nostro livello di interesse. Chi sono loro, dietro le mura dei loro palazzi, delle loro proprietà, dei loro posti al solo e delle loro fortezze? E perché la pazzia è la sola forza che li possa far cadere?”.

Sul finale incombe la tragedia dei bambini senza speranza, abbandonati vittime della epidemia che ha falcidiato i loro cari, affamati e vagabondi protetti solo dalla tenue rete del volontariato che può, quasi inutilmente, testimoniare una tragedia senza mezzi e risorse disponibili se non quelli della carità.
Alla fine, ironia della sorte, Navarro perirà al di fuori della recinzione del suo compound perché scambiato per un pedofilo mentre voleva offrire una palla caduta nel suo giardino ai bambini in fuga e massacrato di botte da un gruppo di giovani. Più che ironia forse una nemesi sul potere che prima o poi viene rimesso in causa dai più deboli e inermi. 
Pellicola efficace in bianco e nero realizzata a poco costo con interni ed esterni molto semplici ed essenziali dove la qualità della tecnica cinematografica realizza un pensiero e una concezione del mondo in attesa della palingenesi della speranza.

Titolo originale: Ang hupa
Paese/Anno: Filippine | 2019
Regia: Lav Diaz
Sceneggiatura: Lav Diaz
Fotografia: Daniel Uy
Montaggio: Lav Diaz
Interpreti: Hazel Orencio, Joel Lamangan, Piolo Pascual, Shaina Magdayao
Produzione: Sine Olivia
Durata: 276′

Giuliano Longo

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