Il compromesso “astorico” di Mieli sul Corriere: il Pd sostenga la ri-elezione della Raggi e della Appendino

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Il compromesso “astorico” di Mieli sul Corriere: il Pd sostenga la ri-elezione della Raggi e della Appendino

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“L’audacia che manca al PD e ai Cinque Stelle”. Questo il titolo del lungo articolo di fondo sul Corriere di oggi di Paolo Mieli già direttore di quella testata e attuale commentatore, al quale certo non mancano simpatie per la sinistra.

Mieli nell’articolo commenta lo stallo delle trattative fra Pd e Grillini sulle regionali di settembre, e aggiunge:  “Pd e M5S danno mostra dì essere poco esperti nell’esercizio dell’arte del compromesso”. Preconizzando una sonora sconfitta del Pd, e quindi della coalizione di governo anche in altre regioni escluse Toscana e Campania, probabilmente intravede dei rischi per la tenuta del Governo e il futuro dello stesso Nicola Zingaretti 

Forse ha anche fiutato i malumori interni al Pd per l’appiattimento del segretario sulle posizioni del Presidente Conte, nonostante i suoi ripetuti cahiers de doleance  che pare non scuotano l’attendismo di Giuseppi, attento a non turbare le convulsioni dei 5stelle e le prospettive della sua stessa sopravvivenza politica. 

Ma torniamo a Mieli che cita lo storico Marco Revelli (recentemente intervenuto sul Fatto di Travaglio) chiedendo che il Pd prenda in considerazione la conferma a Torino di Chiara Appendino e a Roma quella di Virginia Raggi. Quantomeno una delle due (sic). 

Secondo Mieli: “L’idea di Revelli appare audace. Molto audace. Forse troppo per una sinistra, come è quella italiana, insicura e incerta sulla propria identità”. Ma,aggiunge (perché c’è sempre un ma dietro al quale si nasconde il pensiero “del reale”) ”non già il solo Zingaretti, ma l’intero gruppo dirigente del Pd deve scegliere se quella con i Cinque Stelle è o no un’alleanza strategica”. 

Se opta per il no, continuerà a procedere a tentoni, se per il si “i dirigenti del Pd dovrebbero dar prova di audacia tenendo a mente che il partito di Togliatti e Berlinguer seppe far compromessi più o meno storici con Giulio Andreotti (1976) e financo con Pietro Badoglio (1944)”. 

Ovviamente – prosegue-  “non saremmo sicuri che il popolo di Zingaretti accetterebbe senza batter ciglio l’indicazione a favore di un secondo mandato per le sindache di Roma e Torino. Ma se, come il segretario non si stanca di ripetere, è giunta l’ora di dare all’unione tra il suo partito e il MsS una prospettiva di lungo respiro, non ci si può limitare ad esortare i grillini al voto per i propri esponenti”. 

Ammettiamo per un attimo che il Pd e magari la sinistra romana, possa ingoiare la ri-candidatura di Virginia Raggi, che peraltro trova già non poche opposizioni nel suo stesso MoVimento.

Ammettiamo che parte dei grillini rinunci al viscerale odio nei confronti del partito della non più riconosciuta “mafia capitale”, formula sulla quale hanno lucrato la vittoria alle Comunali del 2016. 

Ammettiamo che l’elettorato romano, che ha già bocciato la Raggi e compagnia cantante in due municipi e nei sondaggi, improvvisamente cambi opinione stralunato dal Covid, che non ha certo visto brillare la sindaca per presenza durante il lockdown. 

Ammettiamo che il Pd non abbia un candidato credibile (alla stregua di Giachetti tanto per intenderci) anche se per battere la Raggi basterebbe il bilancio delle sue (non) opere.

Insomma, facciamo finta che la sinistra di popolo, non quella delle segreterie di partito, sia composta da scemi.

Tutto ciò premesso, Mieli mira a ben altro e tocca il nervo scoperto della strategia adottata da Zingaretti (advisor Goffredo Bettini) del cosiddetto “campo largo”. Strategia secondo la quale parte dei 5stelle nel tempo (ma diceva Keynes “In the long run we are all dead”) confluirebbe in un nuovo soggetto della sinistra, un po’ nebuloso, magari più “verde” con un pizzico di populismo, statalismo e assistenzialismo addolcito da tanto 5g.

Insomma una coalizione che almeno dovrebbe raggiungere quel 30% dei consensi dei tempi di  Veltroni e magari quel 40% delle Europee di Renzi. L’idea (perché per ora solo di idea si tratta) sarebbe anche buona. Ma ahimè l’attuale stato della coalizione trascinata dal confusione di intenti dei 5stelle e dai loro continui njet, induce non pochi del Pd  a sospettare che sto “campo” non sia poi tanto “largo” e soprattutto che a sto “campo” ci credano ancor meno nella UE , soprattutto se il MEF non dovesse malauguratamente passare.

Sarà pur vero che il governo Conte, “gratificato” da un gradimento  personale eccezionale personale, ha bloccato l’avvento della Destra al governo che ci avrebbe sbattuto fuori dall’Europa. 

Sarà pur vero che il Governo Conte e la coalizione che lo sostiene non ha alternativa, ma la politica “liquida” di questo instabile Paese accasciato dal Covid, può sempre riservare sgradevoli sorprese,con la fine  dell’esperienza delle maggioranze variabili.

E qui torniamo a Roma per la conquista della quale già la Meloni ha l’acquolina in bocca e Salvini va in giro sbrasando di qua e di là. 

Perchè è a Roma che l’anno prossimo si gioca una partita decisiva, anche  se si dovesse andare ad elezioni politiche nella prossima primavera prima dell’elezione del Capo dello Stato l’anno successivo. 

In entrambe i casi la ri-conferma della Raggi spaccherebbe la sinistra e le forze democratiche, mentre se davvero il “campo Largo” una volta ogni tanto funzionasse, dovrebbero essere i grillini a convergere sul candidato del Pd. O no? 

Poi sulla Appendino, di ben altra caratura rispetto a Virginia, forse si potrebbe anche discutere, ma in cambio di che cosa? Con alle spalle il rifiuto di collaborazione dei grillini alle prossime regionali che magari consegneranno alla destra almeno altre due regioni?  

Ricordiamo che Zingaretti lo scorso anno era già restio a questa alleanza innaturale che accettò per spirito di servizio rischiando, come avviene di fatto, di fare il donatore di sangue per Conte e i 5stelle.

Sorge allora il fondato dubbio: se il “campo largo” fosse solo una suggestiva formula non sostanziata, dopo un anno, da alcun segnale incoraggiante?

Forse nel Pd sarebbe il caso di discuterne senza bisogno delle sollecitazioni del sindaco di Bergamo Gori o dei malumori del presidente dell’Emilia Romagna Bonaccini, e nemmeno senza un congresso. Basterebbe un webinar di estesa consultazione (va tanto di moda). Questo forse non vorrebbe dire mettere in discussione il Governo Conte, ma ammettere chiaramente che si tratta di una scelta tattica (e di poltrone) senza una solida prospettiva di governabilità a lungo termine. 

Quindi , parafrasando Moretti con D’Alema, Nicola, dicci (e fa) qualcosa di sinistra.  E poi, compromesso per compromesso, sarebbe pure contento Mieli, lasciando finalmente in pace Togliatti e Berlinguer.

Giuliano Longo

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