Una svolta per il terzo settore. La sentenza della Corte Costituzionale

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Una svolta per il terzo settore. La sentenza della Corte Costituzionale

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Co-progettazione e co-programmazione siano davvero le parole d’ordine del futuro immediato, anzi del presente di tutti i territori a partire da Roma Capitale! Finalmente, una sentenza fondamentale della Consulta – per ora sfuggita ai radar dei resoconti giornalistici – stabilisce che Pubblica amministrazione e Enti del Terzo settore hanno la medesime finalità di “perseguire il bene comune” e fonda un modello di relazione tra Pa ed Ets «sulla convergenza di obiettivi e sull’aggregazione di risorse pubbliche e private per la programmazione e la progettazione, in comune, di servizi e interventi diretti a elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, secondo una sfera relazionale che si colloca al di là del mero scambio utilitaristico».

Sono parole chiave che i nostri mondi attendevano da tempo a proposito della definizione dell’articolo 55 del Codice del Terzo Settore (Cts), dl 117/17. La sentenza, pronunciata il 20 maggio ma pubblicata ieri in Gazzetta Ufficiale, si riferisce al ricorso del Governo contro la legge della Regione Umbra e stabilisce che solo gli Ets possono essere coinvolti attivamente tramite programmazione, progettazione e accreditamento ai sensi di quel codice.

Questo avviene perché «gli ETS sono identificati da quel codice come un insieme limitato di soggetti giuridici dotati di caratteri specifici (art. 4), rivolti a «perseguire il bene comune» (art. 1), a svolgere «attività di interesse generale» (art. 5), senza perseguire finalità lucrative soggettive (art. 8), sottoposti a un sistema pubblicistico di registrazione (art. 11) e a rigorosi controlli (articoli da 90 a 97).

Tali elementi sono quindi valorizzati come la chiave di volta di un nuovo rapporto collaborativo con i soggetti pubblici (…). Gli ETS, in quanto rappresentativi della “società solidale”, del resto, spesso costituiscono sul territorio una rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di mettere a disposizione dell’ente pubblico sia preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico), sia un’importante capacità organizzativa e di intervento: ciò che produce spesso effetti positivi, sia in termini di risparmio di risorse che di aumento della qualità dei servizi e delle prestazioni erogate a favore della “società del bisogno”.

È possibile quindi praticare da subito, non solo immaginare, un modello diverso rispetto a quello perseguito da un mercato che non sempre ha le medesime convergenze di obiettivi con la pubblica amministrazione, tanto più nella fase delicatissima in cui si stanno scegliendo gli strumenti per provare a uscire da una crisi sociale resa più drammatica dall’incidenza della pandemia. Il Terzo settore gode, insomma, di sana e robusta costituzione, benvenuta alla Sentenza 131! Purtroppo assistiamo ancora, anche a Roma, al ricorso frequente a prassi, come quelle delle gare al massimo ribasso d’asta che, non soltanto, mortificano le competenze e il lavoro vivo. E, nonostante questo ricorso continuo al risparmio, le mancate co-programmazione e co-progettazione lasciano – e lasceranno anche al prossimo sincaco – soldi non spesi ossia sottratti a una città che ha e avrà meno servizi di quelli di cui ha bisogno e diritto.


Francesca Danese
Responsabile forum terzo settore Lazio

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