Coronavirus, preoccupa la diffusione della pandemia in Africa

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Coronavirus, preoccupa la diffusione della pandemia in Africa

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C’è un preoccupante “ serbatoio” di covid-19 pronto ad esplodere o meno che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe avere gravi conseguenze per i bacino del Mediterraneo. Stiamo parlando della pandemia di coronavirus che si va diffondendo in Africa del Nord (Egitto e Magreb) e  nelle aree subsahariane. 

Al 28 maggio i casi accertati erano almeno 120mila, con oltre 8mila nuovi contagi nelle ultime 24 ore. Lo ha dichiarato il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie dell’Unione Africana, aggiornando a quasi 4mila il numero delle persone che hanno perso la vita dopo aver contratto l’infezione, mentre nello stesso arco di tempo sono 4mila i malati guariti.

Al primo posto tra i Paesi più colpiti resta il Sudafrica con 41mila casi, seguito dall’Egitto, con 30mila contagiati. In termini di vittime è invece l’Egitto al primo posto, con 1126 morti, seguito dal Sudafrica con 848. Nell’Africa occidentale la Nigeria  conta il numero più alto di vittime 323, mentre in quella orientale il triste primato tocca al Sudan con 333 vittime e in quella Centrale il Camerun conta 205 morti per complicanze. Per quanto riguarda i contagi complessivi  in Africa orientale il Sudan ne ha confermati 5.714, in quella Centrale il Camerun ne ha contati 7.392 e nell’Africa occidentale è la Nigeria in testa ai Paesi più colpiti con 11.516 contagi.

Sin qui i numeri ancora ma preoccupa di più la diffusione della pandemia che colpisce l’Africa subsahariana.  Territori già fragili dove sono diffuse gravi patologie. Secondo gli esperti e l’OMS che da tempo lancia l’allarme, l’impatto e gli effetti della pandemia  nel breve periodo potrebbero essere anche meno devastanti rispetto a quanto va succedendo in Occidente. Potrebbero infatti influire i tratti specifici di quelle regioni nel fare da amplificatori oppure da riduttori nella diffusione del covid-19.

Tra i fattori di potenziale contenimento vanno ricordati gli aspetti climatici  forse non favorevoli alla diffusione  del virus (ma non confermati da evidenze scientifiche),  l’età media estremamente bassa, la limitata densità di popolazione, una mobilità ridotta rispetto ad altri Paesi,caratteristiche immunologiche di etnie diverse e l’esperienza recente nella lotta ad altre epidemie quali l’ebola.

Al contrario i possibili moltiplicatori sono rappresentati dalla diffusione di HIV/Aids, tubercolosi, malaria o altre malattie endemiche. A questi fattori vanno aggiunti l’affollamento in baraccopoli malsane  e nei numerosi campi profughi non esclusi quelli in Libia (anzi). Inoltre folti gruppi parentali, che spesso diventano cluster epidemici.  Ma soprattutto i bassissimi livelli economici, con  una insufficiente alimentazione  in molte zone dove è presente la siccità e addirittura l’assalto di sciami di cavallette che distruggono i raccolti. 

Se a questi fattori aggiungiamo il limitato accesso all’acqua (e dunque all’igiene preventiva), la porosità dei confini nazionali scarsamente controllabili e la carenza delle strutture sanitarie è evidente che la diffusione della pandemia potrebbe avere effetti devastanti ripercuotendosi come un’onda anomala a nord, verso il Mediterraneo. 

I sistemi sanitari soprattutto nei Paesi a sud del Sahara  sono drammaticamente sotto-attrezzati per i necessari servizi di prevenzione, diagnosi, assistenza e cure, ma rendono anche incerti i dati forniti sulla diffusione dell’epidemia. Non a caso l’OMS ha puntato sulla prevenzione  e il contenimento della diffusione del virus, tanto che due terzi dei paesi subsahariani hanno adottato misure di lockdown con rischi ormai evidenti di recessione anche in quelle aree che negli ultimi anni indicavano una importante crescita del PIL.

Sul piano internazionale la pandemia vede i Paesi occidentali ripiegati su se stessi e l’Africa (ma non solo)  con difficoltà ad ottenere quegli aiuti economici anche in termini di attrezzature sanitarie che dipendono esclusivamente dall’importazione. 

In questo quadro si inserisce anche un fattore geopolitico nella competizione fra USA e Cina fortemente presente quest’ultima in tutto il continente che “ha avviato un’offensiva diplomatica non solo con l’invio di esperti e di strumentazione tecnica (in buona misura targata Huawei), ma anche aprendo in modo inatteso alla discussione internazionale sul problema del debito africano. Gli Stati Uniti, ancora nel pieno del ciclone interno, sembrano invece accentuare la loro relativa latitanza dalla regione” come riferisce l’Osservatorio IAI-ISPI italiana.  

Ma altre voci si levano, come le Conferenze episcopali d’Africa e Madagascar (Secam) che di recente hanno lanciato una serie di appelli per l’Africa a fronte dell’emergenza coronavirus. In una dichiarazione firmata  dal cardinale Philippe Ouedraogo, presidente del simposio, i vescovi evidenziano la mancanza di risorse nella lotta contro la pandemia e di aiuti per quanti hanno dovuto sospendere le loro attività. 

Non solo perché la Conferenza si rivolge in particolare anche alle società multinazionali e agli imprenditori, ricordando che l’Africa è una miniera di materie prime per i Paesi industrializzati. 

Per questo i vescovi chiedono alle grandi aziende che sfruttano tali materie prime di contribuire perché i Paesi che le forniscono possano garantire servizi sociali di base come ospedali, scuole e alloggi adeguati. 

I vescovi esortano inoltre imprenditori ed aziende farmaceutiche a non sfruttare l’attuale situazione per trarne profitti, ma a partecipare agli sforzi per assicurare assistenza alle persone più vulnerabili.

Il che sarebbe buono e giusto se non fosse che la pandemia dà fiato agli egoismi nazionali e non alla solidarietà globale, come se il virus potesse venir bloccato alle frontiere mostrando un suo letale passaporto. 

Giuliano Longo  

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