Coronavirus, la testimonianza di un medico di base: nel Lazio il sistema sanitario ha funzionato

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Coronavirus, la testimonianza di un medico di base: nel Lazio il sistema sanitario ha funzionato

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L’onda nera del Covid-19 ha sconvolto inizialmente gli assetti della sanità facendo emergere inefficienze e talora baratri come quelli delle residenze per anziani, poi, via via, la situazione si è assestata anche grazie alla territorialità come scelta strategica per non intasare le strutture ospedaliere. In questa situazione è andato assumendo una ruolo importante il lavoro del medico di base che nel Lazio rappresenta un tassello dell’organizzazione sanitaria ai tempi del Covid-19.

Se agli eroi, medici, infermieri, operatori sanitari in prima linea, ormai i riconoscimenti sono quotidiani anche in considerazione dei “caduti”, va riconosciuto anche il lavoro di quelli che un tempo si definivano medici di famiglia, proprio per la loro prossimità ai pazienti.

Stefania Giannella, cardiologa, è un medico di base che opera nella zona di San Giovanni e assiste una popolazione in parte di anziani, i soggetti più esposti per le loro fragilità ai rischi, anche letali, del contagio. Alla dottoressa abbiamo chiesto di raccontarci come ha lavorato in questo periodo dopo le nuove disposizioni nazionali e regionali.

 

Il mio lavoro dopo le disposizioni, si è svolto provalentemente al telefono, anche se inizialmente abbiamo visitato i pazienti a casa senza alcuna protezione, perché mascherine e altre tutele non si trovavano. Poi, quando ci sono stati i primi casi di medici di famiglia che si ammalavano, ci è stato chiesto di lavorare dal nostro studio medico senza visite ai pazienti sospetti di Covid, ma allertando le autorità regionali tramite i numeri telefonici messi a disposizione in caso di sospetto contagio. In un secondo tempo siamo anche andati a visitare i pazienti a casa, ma in maniera ridotta per evitare che noi stessi medici diventassimo fonte di contagio. 

Prevalentemente abbiamo lavorato dal telefono, ma abbiamo fatto venire in studio i casi che ritenevamo più gravi magari perché affetti da altre patologie. Ho avuto pazienti con ictus, con crisi asmatiche importanti che ho visitato qui. 

Aggiungerei che i miei pazienti sono stati molto più tranquilli e collaborativi rispetto al solito, anzi pareva fossero guariti quasi tutti perché mentre prima affollavano lo studio in maniera talora impossibile da gestire, ora stanno tutti tranquilli a casa, anzi, la maggior parte delle patologie che riscontro dipendono da crisi ansiose.

 

Quanti casi di Covid -19 ha riscontrato?

 

Accertati con tampone positivo sinora due. Però ce ne sono stati altri che ho segnalato a cui il tampone non è stato fatto, sia perché eravamo in un momento di grande pandemia sia perché tamponi e personale erano insufficienti, ma comunque li ho fatti restare casa  senza alcuna diagnosi. 

 

E deceduti?

 

Accertati per Covid nessuno, ma ho il sospetto di qualche decesso addirittura prima della pandemia conclamata, anche perché rimango convinta che il virus circolasse già da tempo, perché a gennaio ho trattato casi di polmonite che ho gestito con ossigenoterapia a domicilio. Casi che ora verranno verificati con i test sierologici se risulteranno con gammaglobuline positive. Di un decesso a gennaio per polmonite grave sono quasi certa.

 

Non pare un numero considerevole considerando che San Giovanni è un quartiere con una notevole presenza di anziani.

 

Veramente molti si sono rivolti a noi con manifestazioni febbrili anche modeste, pazienti che ho tranquillizzato seguendo il decorso dei disturbi evitando loro almeno il panico. Comunque ho la netta sensazione che i casi siano stati molti di più anche se molti erano sintomatici o con sintomi lievi. Il contagio c’è stato e pure diffuso.

 

Un contagio che sia pur strisciante resterà a lungo.

 

Penso proprio di sì perché già constato che con l’annunciato alleggerimento del lockdown, le persone  per strada circolano molto di più, peraltro con soggetti che non hanno capito assolutamente nulla e girano senza mascherina, senza guanti e non mantengono la distanza di sicurezza. 

 

La riapertura graduale avrà conseguenze sul vostro lavoro?

 

Non potremo ancora aprire lo studio a tutti, dovremo visitare solo per appuntamento con un distanziamento rigoroso anche negli orari fra un paziente e l’altro che non si devono incontrare tanto che se uno arriva in anticipo dovrà aspettare in strada. Cercheremo di organizzarci per non far diventare lo studio medico un focolaio.

 

Questa situazione di emergenza non ha penalizzato pazienti con altre patologie magari croniche?

 

Sotto certi aspetti sì, almeno inizialmente, perché alcuni reparti ospedalieri o ambulatoriali sono stati chiusi, ma gli interventi più importanti quali ad esempio la dialisi, sono stati garantiti. Ovviamente chi poteva procrastinare una visita o un intervento l’ha fatto, ma le urgenze tramite prenotazione al CUP sono state garantite grazie alle nostre prescrizioni che indicavano un tempo breve. 

 

Secondo lei le strutture sanitarie hanno retto anche per i casi non dipendenti da Coronavirus?

 

Certamente sì, anche il CUP ha funzionato. 

 

Dopo il primo periodo di panico finalmente disponete delle protezioni necessarie?

 

No, ci manca tutto. Mascherine, guanti, copriabiti usa e getta, quello che abbiamo avuto ce lo siamo comprato, ma in momenti di difficoltà non riuscivamo a trovare queste protezioni nemmeno sul mercato. Attualmente la Asl ci ha fornito un camice monouso e due mascherine chirurgiche.

 

Ci sono state discussioni sulla medicina territoriale e il rapporto con le strutture ospedaliere, secondo lei questo meccanismo che ha coinvolto qui nel nel Lazio i medici di base ha funzionato?

 

Quando siamo di fronte a una pandemia è difficile dire cosa ha funzionato e cosa no, ma questa è stata una emergenza fuori dall’ordinario della quale all’inizio ben poco sapevamo, tanto che inizialmente si parlava addirittura di una semplice influenza. Quindi anche noi medici di base siamo andati un po’ allo sbaraglio  senza le dovute precauzioni e nemmeno c’è stato il tempo, a livello regionale, per seguire i casi che abbiamo segnalato. Poi va detto che la Regione Lazio ha puntato sulla medicina di base in maniera intelligente perché dopo la prima fase non ci hanno spedito a visitare i pazienti a casa allo sbaraglio e mettendo a rischio la nostra vita come è successo in altre regioni. Così tutte le segnalazioni sono confluite in un centro unico che poi ha smistato interventi e ricoveri. 

 

C’è però il problema delle case di riposo che influisce pesantemente anche sul numero di decessi di anziani.

 

Certamente chi lavora con gli anziani dovrebbe risiedere all’interno della struttura perché gli stessi addetti, che entrano e escono, diventano veicolo di contagio, così come sono state sino alla prima settimana di marzo veicolo di contagio le visite dei parenti. Io stessa ho avuto parenti di anziani ospiti in queste case cui ho consigliato il distanziamento appena si è compresa l’entità della moria.

 

Infine un giudizio complessivo della gestione della pandemia con la quale dovremo ancora convivere.

 

Secondo me Governo e Regione hanno gestito molto bene questa situazione perché sfido chiunque a doverla affrontare senza sbavature e contraddizioni. È stato fatto tutto il possibile.

 

Giuliano Longo



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