Coronavirus: circa 140.000 migranti in quarantena permanente nei campi della “rotta balcanica”

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Coronavirus: circa 140.000 migranti in quarantena permanente nei campi della “rotta balcanica”

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Il periodico Osservatorio dei Balcani e Caucaso pubblica un articolo di Silvia Maraone  project manager di IPSIA –  Istituto per la Pace lo Sviluppo e l’Innovazione delle Acli-  che coordina gli interventi in alcuni campi per i migranti, in Bosnia Erzegovina e Serbia. La cosiddetta rotta balcanica che i migranti, provenienti dalla Turchia, tentano di percorrere per raggiungere i Paesi del centro e nord Europa. In migliaia provengono per lo più  da Siria, Iraq e Afganistan, Pakistan e Iran.  Una rotta ormai congelata ( comunque sempre attiva per chi fugge da guerre, miseria, dittature o dai campi turchi certamente non noti per il loro comfort) ma oggi investita  dalle misure di contenimento assunte dagli Stati balcanici  per bloccare la diffusione del Covid-19. 

“Da marzo 2016 – spiega l’articolo-  la rotta balcanica è stata dichiarata ufficialmente chiusa, in base al controverso accordo turco-europeo per il quale “Turchia – in cambio di 6 miliardi di euro versati dall’Ue- …..  gestisce quasi 4 milioni di richiedenti asilo che si trovano nel suo territorio . Anche se di fatto “quell’accordo  non ha fermato il flusso di persone”, ma  lo ha solo rallentato e reso più pericoloso. Si calcola infatti che tra il 2016 e il 2019 siano comunque passate circa 160 mila persone lungo questo corridoio migratorio, interessando  Grecia, Serbia e Bosnia Erzegovina, stato che a Nord rappresenta  un collo di bottiglia prima di entrare in Croazia e da lì nei Paesi Shengen. 

Gli Stati posti lungo la rotta balcanica -prosegue l’articolo- a causa del Coronavirus “hanno non solo imposto misure restrittive alla popolazione locale, ma hanno chiuso la popolazione migrante all’interno dei campi, dispiegando forze speciali a controllarne i perimetri: nessuna nuova persona entra e nessuno esce, in una quarantena permanente”.

I numeri citati dall’articolo danno l’idea di una situazione esplosiva per i Paesi di quell’area che non vantano certo primati economici e sociali.  Attualmente la Grecia  che almeno gode del sostegno UE , conta 118 mila tra rifugiati e richiedenti asilo, di questi oltre 38 mila sono bloccati nei campi ufficiali e informali sulle isole di Lesvos, Chios, Samos e Kos. In Serbia sono oltre 8.500   distribuiti nei 17 centri in gestione governativa all’interno del paese. In Bosnia Erzegovina  circa 5.500 persone alloggiate in 9 campi o vivono per l’accoglienza, ruderi di edifici e fabbriche abbandonati dopo la guerra degli anni 90 o in tende e accampamenti di fortuna nei boschi lungo i confini con la Croazia. In Bosnia il Governo ha deciso che  ogni straniero, privo di documenti di identità,  venga obbligatoriamente portato nei centri di ricezione senza possibilità di uscire.

La situazione si va deteriorando   perché in molti non vogliono vivere nei centri e rimanere bloccati in quarantena a tempo indeterminato, quindi hanno deciso di prendere la strada dei boschi e tentare di andare verso la Croazia o rimanere tra le foreste, in attesa che si allentino nei paesi europei le misure anti-Covid.

C’è poi la situazione sanitaria denunciata da numerose organizzazioni umanitarie perché  “i campi sono sovraffollati e non permettono di prevenire la diffusione del contagio – prosegue l’articolo- in molti centri i servizi igienici e i presidi sanitari sono insufficienti, in alcune realtà l’acqua non è potabile e fondamentalmente è impossibile mantenere le distanze. Le persone passano le giornate chiuse dentro strutture nella maggior parte dei casi fatiscenti, costrette a lunghe file per ricevere i pasti e sotto il controllo o della polizia e dell’esercito…” 

Se già per la popolazione locale è difficile trovare mascherine usa e getta e guanti, per i migranti nei campi è pressoché impossibile, al punto che sia in Grecia che in Serbia, in alcuni dei centri i migranti hanno cominciato a cucire mascherine in stoffa, per la popolazione dei campi, ma anche per la popolazione locale, supportati da alcune organizzazioni.

Nonostante in Serbia e in Bosnia Erzegovina non siano stati ufficialmente accertati casi di persone positive al Covid-19 tra i migranti, in Grecia sono scoppiati almeno tre focolai. “Per evitare che il fenomeno esploda soprattutto nei contesti come le isole, dove i campi sono sovraffolati e le condizioni di vita più miserevoli, il governo greco ha previsto lo spostamento di almeno 2.300 persone considerate più vulnerabili al virus sulla terraferma, in appartamenti, hotel e altri campi”. C’è poi un problema di ordine pubblico, infatti l’articolo riferisce che “in nei  campi sono scoppiate risse a volte anche molto violente, tra gli stessi migranti e con le forze di polizia e di sicurezza preposte al controllo dei centri”. 

Caritas e Ipsia Acli  , conclude l’articolo- “partner dei progetti lungo la rotta dei Balcani dal 2016, continuano – nella misura del possibile – le loro attività in Grecia, Serbia e Bosnia” anche se “a seguito dell’emergenza sanitaria, i ragazzi e le ragazze in Servizio civile all’estero hanno dovuto tornare in patria per non rimanere bloccati, e ciò ha tolto forze ed energie ai team locali, gli operatori sul terreno continuano il supporto alla popolazione migrante lungo la Rotta. Un piccolo apporto, in un mare di bisogni, ma il segno di una attenzione e una prossimità che non devono essere cancellate dal virus”.

Giuliano Longo

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