Coronavirus: la paura del contagio allontana i pazienti con l’infarto dagli ospedali

0
Coronavirus: la paura del contagio allontana i pazienti con l’infarto dagli ospedali

ARTICOLI IN EVIDENZA

Dall’inizio della quarantena, imposta a causa dell’emergenza coronavirus, si è registrata una riduzione di oltre un terzo dei ricoveri per infarto miocardico. E’ quanto emerge da uno studio coordinato dall’università di Torino, che sarà pubblicato domani sulla rivista “New England Journal of Medicine“.
Una buona notizia dunque, ma fino ad un certo punto perché non è che questa grave patologia cardiaca possa ridursi in tali dimensioni e in così poco tempo. 

Come riferisce l’agenzia di stampa AGI la ricerca ha coinvolto 15 ospedali del nord Italia e oltre 30 cardiologi, ma i risultati potrebbero anche riguardare tutto il territorio nazionale e già allarmi sono stati lanciati anche dalla Società Italiana di Cardiologia. Resta il fatto che dallo scorso 8 marzo la ricerca evidenzia una riduzione dei ricoveri per Sindrome Coronarica Acuta e in particolare per infarto con relativi ricoveri in molti centri cardiovascolari del nord Italia.

Sono stati paragonati i tassi di ricovero tra il 20 febbraio ed il 31 marzo scorsi e altri due periodi: quello corrispondente all’anno precedente e un periodo immediatamente precedente a quello oggetto della ricerca (primo gennaio – 19 febbraio 2020). 

Dei 547 pazienti ricoverati durante il periodo di studio, 420 (76,8%) erano uomini, con un’età media tra i 56 e gli 80 anni. Il tasso di ricoveri durante il periodo di studio è stato di 13,1 ricoveri al giorno, un valore pari a circa un terzo, sia rispetto al periodo precedente sia rispetto allo stesso periodo del 2019 (18,9 ricoveri al giorno). La riduzione era ancora più marcata considerando il solo periodo del lock-down di marzo o considerando solo gli infarti e non l’angina instabile.

“Poichè sappiamo che l’eccesso di decessi osservato in questo periodo di pandemia eccede molto il numero di morti attribuite ufficialmente al coronavirus, – si rileva in una nota dell’ateneo torinese – è possibile che una parte di queste morti in eccesso sia riferibile al “danno collaterale” di una cura meno efficace delle malattie gravi, come l’infarto, malattie che non scompaiono solo perchè c’è una pandemia”.
Oltre al numero ridotto di infarti che vengono ricoverati, molti giungono in ritardo al ricovero e non possono percio’ trarre il beneficio di un trattamento precoce che riduce molto l’entita’ del danno cardiaco

E’ quindi raccomandano i cardiologi che i pazienti che hanno sintomi sospetti allertino immediatamente il sistema di soccorso pubblico (112) e che si organizzi il loro trasferimento rapido in centri idonei. Gli ospedali sono pronti a curare in sicurezza questi pazienti con percorsi separati tra pazienti Covid e non Covid.
Un problema non da poco, se si considera che l’infarto richiede un trattamento tempestivo. Come noto in caso di blocco della circolazione sanguigna a livello cardiaco, più precoce è l’intervento, maggiori sono le probabilità di sopravvivere. Per ogni dieci minuti di ritardo, ricordano gli esperti della Società Italiana di Cardiologia, la mortalità nei due anni successivi cresce del tre per cento. 

Per Francesco Romeo, direttore della scuola di specializzazione in cardiologia dell’Università Tor Vergata di Roma. «In caso di infarto, la rapidità dei soccorsi è indispensabile. Altrimenti la prognosi dei pazienti peggiora progressivamente all’aumentare del ritardo nel trattamento. Detto questo, oggi sappiamo che non esiste una soglia che permetta di discriminare tra intervento tempestivo o meno». 
Che in pratica significa che prima si ripristina la circolazione sanguigna, maggiori sono le possibilità di sopravvivere all’infarto.
Giuliano Longo

È SUCCESSO OGGI...