Il pasticcio dei tamponi e le falle del sistema: la battaglia dei medici in provincia

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Il pasticcio dei tamponi e le falle del sistema: la battaglia dei medici in provincia

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Tamponi che non vengono eseguiti, ritardi nelle risposte delle analisi e asintomatici lasciati forse colpevolmente in giro: è il quadro che emerge dai pazienti in cura presso i medici di base nel territorio dei Monti Prenestini, primo avamposto nella lotta al Coronavirus.

È qui che ogni giorno i pazienti si rivolgono per chiarire un dubbio, chiedere l’accesso ai servizi sanitari del territorio e avviare le prime cure.

È la prima linea di questa battaglia, quella che oggi opera nell’ombra, lontano dalle grandi polemiche mediatiche di questi giorni, dove con il passare dei giorni sta emergendo un grande cortocircuito tra quello che ci viene detto nei bollettini giornalieri e la situazione reale.

La realtà in questi piccoli centri della provincia a sud di Roma è fatta anche di tanti pazienti che stanno affrontando in silenzio la malattia, a volte senza la dovuta assistenza, altre senza conoscere neppure se si è davvero malati.

La prima battaglia di questi medici è quella di sapere, quella cioè di avere una diagnosi di quei sintomi che hanno di fronte. 

E non sempre c’è una risposta.

Abbiamo raccolto le dichiarazioni di alcuni dottori tra San Cesareo e Palestrina. Ognuno ha voluto raccontare la sua personale battaglia per la cura dei propri pazienti che parte da un semplice ma indispensabile strumento: il tampone.

“La gestione dei tamponi sul territorio è stata a dir poco imbarazzante – dichiara a Monti Prenestini la dottoressa Barbara Montagnoli, medico di famiglia di Zagarolo. Ricordo in particolare la storia di una famiglia di Zagarolo. Mamma infermiera risultata positiva, che a sua volta infetta gli altri 5 componenti del nucleo famigliare. Abbiamo chiesto più volte all’Asl di eseguire il tampone – aggiunge la dottoressa – ma da Colleferro ci è stato risposto che non potevano venire a domicilio e dunque che in 5 su 2 auto avrebbero dovuto raggiungere gli uffici di Colleferro, a 30 chilometri di distanza. Mi chiedo: è questo il giusto modo di fare prevenzione?”

“La verità – le fa eco il dottore Raimondo Farinacci di San Cesareo – è che almeno in una prima fase di questa malattia eravamo privi sia di tamponi ma soprattutto di laboratori in grado di lavorare questi test. Per una mia paziente io ho dovuto attendere otto giorni per il risultato e solo grazie a un intervento di un rappresentante delle forze dell’ordine abbiamo sbloccato il caso. Questa persona è risultata negativa, ma immaginiamo – aggiunge – se fosse accaduto il contrario. Le falle purtroppo sono diverse e ancora dobbiamo fare molta strada per una risposta adeguata alla pandemia. Forse la verità è che eravamo semplicemente impreparati. A me risulta – continua – che ci sono solo 3 medici, 2 a Guidonia e 1 a Colleferro, a gestire i tamponi in tutto il territorio dell’Asl. Non mi sembra proprio un numero adeguato. Senza contare poi i problemi burocratici o l’assurdo turismo virale da Nerola a Palestrina”.

C’è chi è arrivato a chiedere anche un intervento alla Regione Lazio.

“Quella sui tamponi è una battaglia che sto conducendo sul campo – dichiara a Monti Prenestini la dottoressa Cristiana Polucci. Personalmente ho contattato il vicepresidente della Regione Lazio Daniele Leodori a cui ho fatto presente la necessità di disporre più tamponi sul territorio. Innanzitutto – aggiunge – per intercettare tutti gli asintomatici o paucisintomatici che potrebbero a sua volta infettare altre persone. Ma la conoscenza – aggiunge la dottoressa – aiuterebbe innanzitutto a capire come si è diffuso il virus e la sua reale pericolosità in un dato momento. Oggi rimaniamo invece con questo terribile dubbio – continua. Avremmo potuto permettere ad alcune persone di uscire di casa? Avremmo potuto contenere la diffusione del virus? E in vista del vaccino, sarà necessario sottoporre tutti al trattamento?”

Domande a cui non sa rispondere neanche il dottor Briccetti, 41 anni di servizio a Palestrina.

“L’unica cosa certa è che nessuno sa  – dichiara a Monti Prenestini il medico. Ogni giorno si dice tutto il contrario di quello che si è detto prima, dalle mascherine allo studio della malattia. A me ad esempio hanno negato a un paziente il tampone solo ascoltandolo al telefono. Poi sento ora che si dispongono tamponi per forze di polizia e operatori sanitari. Per non parlare poi delle chiusure e limitazioni: accettiamo ormai tutto ciò che ci viene imposto senza chiederci il perchè. Siamo in una dittatura sanitaria che a mia modo di vedere non ha alcun fondamento in questo territorio massacrato da una serie di misure che avranno pesanti ripercussioni sul futuro economico”.

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