Il Coronavirus, la parabola triste di una globalizzazione impreparata e impaurita

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Il Coronavirus, la parabola triste di una globalizzazione impreparata e impaurita

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Il virus corona è ormai globale come lo è la finanza internazionale che in questi decenni ha arricchito l’1% della popolazione mondiale, impoverendo non solo chi era già disperato, ma milioni di appartenenti a quel ceto medio illuso delle “ progressive sortite” di un capitalismo libertador. 

Nemmeno i miliardi di profitti dei monopoli della comunicazione digitale, già pronti con la Cina ai nuovi paradigmi storici delle futuribile – ma non tanto- intelligenza artificiale, servono a tranquillizzare le genti del globo. Anzi sono proprio quegli stessi social inventati per carpire le nostre più intime pulsioni consumistiche, a diffondere il panico. Appunto le fake, a discapito della scienza e di quelle elites responsabili che alla fine tentano di farci uscire dalle attuali pandemie, che non sono certo la peste bubbonica di altri secoli, ma potrebbero falcidiare i cosiddetti fragili, anziani, disabili e gli affetti dalle più varie patologie più o meno croniche o natali. 

Certo, con i primi caldi il Corona si inquatterà in attesa dell’autunno, ma Trump già promette per quella data – che guarda caso coincide con la sua eventuale rielezione alla Casa Bianca- il miracoloso vaccino, mentre quei milioni di americani, non coperti da assicurazioni sanitarie, rischiano di andare per stracci.

Eppure, un eppure c’è anche in Europa e da noi in Italia riguarda il nostro sistema sanitario massacrato dalla spending review.  Contro questa, oggi c’e chi aizza il popolo e i suoi istinti, ad esempio sciacalli come Salvini che chiede di abolire tasse e contro tasse, ma non spiega come pagare la sanità pubblica che i suoi amici lombardi hanno mortificato per una sanità privata, –  anche di eccellenze – ma che ciuccia fondi pubblici a dismisura e certamente non lo fa per carità.

E’ il Sistema bellezza, mi dirà qualcuno,  ma gli effetti si vedono lassù nel nord produttivo e anche qui nel Lazio, uscito dal commissariamento certo, ma a prezzo di tagli che qualcuno definisce ipocritamente – nel gergo politico-  “dolorosi”, ma in pratica devastanti, anche se da noi l’emergenza non è ancora esplosa come in Lombardia.

Hai un bel richiamare, come fa il presidente Mattarella, all’unità nazionale e di popolo, ma finché gli avvoltoi della politica si aggirano con richieste demagogiche e assurde speculando sull’angoscia degli italiani , non ci sarà governo che tenga, nemmeno il loro. Classico esempio di biopolitica sporca degli ignoranti giocata sulla pelle dei più deboli.

Sullo sfondo vacilla un sistema  che si salverà certo, ma a un prezzo che molti pagheranno a vantaggio di Wall Street e delle banche. Mentre sarebbe stato necessario un profondo ripensamento solidale e globale di questo nuovo paradigma storico, come ce ne saranno tanti altri sotto la spinta di mutamenti ambientali che cambieranno paure e stili di vita.

Il che fare diviene allora di grande attualità e appaiono insufficienti le flebili voci di una sinistra compromessa in decenni dal convinto neoliberismo ideologico e di un movimento verde ecologico, balbettante e contestato che non ha ancora radici profonde nella società. Non solo, ma con una sinistra che irride ai generosi – e forse ingenui- tentativi de gauche di Sanders e sotto sotto si compiace della sconfitta del vecchio Corbin giudicato  un relitto del socialismo storico -con grande soddisfazione dei giornaloni de noantri e della gauche caviar.

Ed è proprio qui da noi, in Italia, che le preoccupazioni di quanto rimane delle elite intellettuali non ancora asservite ai poteri finanziari, dovrebbero emergere con forza – quasi utopica – dall’indistinto chiacchiericcio politico quotidiano. 

Un risveglio di energie  globali, di università, centri di ricerca, riviste, movimenti, sindacati, volontariato, Chiese ecc. e anche partiti, si anche partiti della sinistra, che stemperino  soluzioni utopiche o condannate dalla storia e si cimentino nel dialogo (non l’incomprensibile e stucchevole politichese) con quelle che nello scorso secolo (breve) si chiamavano “masse” e che oggi si definiscono indistintamente e strumentalmente popolo o più banalmente la ‘ggente  impaurita.  

Ma domani – in tanta parte- disponibile ad affidarsi al primo gaglioffo di turno o, come è successo, a movimenti senza cultura e né progetto se non quello dell’odio verso le classi dirigenti per favorirne altre, mentre loro stessi  classe dirigente non hanno saputo divenire, perché il bruco è morto nel proprio bozzolo vuoto di idee e ricco di parole ottuse.

Certo, ripetiamo questa epidemia passerà, ma c’è da chiedersi se servirà a modificare il nostro mondo in peggio o in meglio e le avvisaglie delle numerose guerre in corso non sono incoraggianti, anzi la storia dimostra che spesso si è caduti dalla padella alla brace. Ma noi, ormai nel declino dei nostri anni, da storicisti impenitenti e umanisti retrò, siamo convinti che i germi delle speranza germoglino anche sotto il letame.

In una lettera ai suoi studenti il preside del Liceo scientifico Alessandro Volta di Milano, Domenico Squillace, dopo aver citato un noto brano dei Promessi sposi di Manzoni sulla peste a Milano del 1600 ha scritto: “Noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero”.

Certo ma quale peste? Quella dei virus o quella delle violenza, dell’ingiustizia, dell’ignoranza, della manipolazione di massa, del profitto egoistico o di quel “particulare”  guicciardiniano dove ciascuno si chiude nel bozzolo dei suoi interessi per sopravvivere, senza altri orizzonti? 

E già che ci siamo, come diceva il Manzoni, per i miei 25 lettori, permetteteci di citare un altro grande della letteratura, José Saramago nel suo romanzo Cecità: La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente”.

Giuliano Longo 

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