I film di Cinque, recensione di “Herzog incontra Gorbaciov”. Il ritratto umano di un uomo che cambiò il Mondo

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I film di Cinque, recensione di “Herzog incontra Gorbaciov”. Il ritratto umano di un uomo che cambiò il Mondo

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Werner Herzog è senza dubbio il regista tedesco più prolifico e questa volta si cimenta in un lavoro che sarebbe riduttivo definire solo un docufilm, meglio dire l’affresco di quei pochi anni che hanno cambiato il mondo con Michail Gorbaciov. L’ultimo segretario del Partito Comunista sovietico che oggi a 87 anni e diabetico guida ancora la fondazione internazionale di studi socio-economici e politici che porta il suo nome, nata nel 1992.

Nel corso dei sei mesi di riprese per questa intervista, Herzog non nasconde la sua umana simpatia e la sua stima per Misha, che ritiene colui che ha consentito la riunificazione della Germania e ha posto fine alla Guerra Fredda nel mondo, sempre  sull’orlo della catastrofe nucleare (e non è che oggi le cose vadano molto meglio, ahimè). 

Per dare un ritratto dell’uomo che si confrontò con Reagan a Rejikiavik con la famosa stretta di mano che rimarrà negli annali della storia, Herzog percorre la biografia umana e  la  carriera politica di Gorbaciov,  da una provincia agraria nelle sterminate pianure russe,  sino al Cremlino per succedere a dirigenti malati (quando, non moribondi) come Breznev, Andropov e Cernenko che nella loro decadenza fisica già prefiguravano il dissolvimento del modello sovietico.

E con la perestrojka e la glasnost pensa di salvarlo questo sistema  come lui stesso ammette, affermando senza troppa polemica con predecessori e successori, che l’Urss poteva prendere una via diversa, democratica e riformatrice, ma che, ammette, fu ostacolato da una sorda lotta di potere tra boiardi che lo esautorarono di fatto con un golpe.

L’intervista priva di filtri intermedi e costruzione scenografica in un salotto di buona famiglia borghese, è diretta  con campi stretti sui due anziani interlocutori con Gorbaciov appesantito, talora visibilmente sofferente, lento nell’eloquio, ma attento a non sbavare, a non farsi prendere dalle emozioni.

A sorreggere sincerità della sua “vision” di quegli anni le testimonianze di altri protagonisti di quella stagione quali Miklós Némesh, ex primo ministro ungherese, George P. Schultz, segretario di Stato USA durante la presidenza Reagan, Lech Walesa, ex leader di Solidarnosh e presidente della Polonia, James Baker, capo di Gabinetto alla Casa Bianca, Horst Teltschik, consulente alla sicurezza nazionale per Helmut Kohl.

Fanno da collante dell’intervista le immagini di repertorio, i filmati che fecero il giro del mondo dal 1985 alla caduta del muro di Berlino sino al golpe del 1991 che costrinse Misha alle dimissioni. Certo tutti eventi storici, eppure dall’intervista emerge lo spessore umano di quest’uomo (premio nobel per la pace)  rimasto bonariamente concreto quasi non avesse dimenticato le sue origini contadine.  

Un vecchio oggi melanconico, triste come un personaggio dei classici scrittori russi, che con la perdita dell’amatissima moglie Raissa ha ormai chiuso un ciclo di vita. 

Un vecchio solo, come lo definisce Herzog, che attende di concludere il suo tempo citando, alla fine del film,  i versi di  Lermontov, poeta russo dell’800: “Nulla più aspetto dalla vita e nulla rimpiango del passato, cerco solo libertà e pace!” che solo la tomba gli potrà dare.

Giuliano Longo

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