“Sorry we missed you”, il film di Ken Loach sulla trappola sociale del lavoro autonomo

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“Sorry we missed you”, il film di Ken Loach sulla trappola sociale del lavoro autonomo

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A quasi 84 anni Ken Loach il vecchio leone del cinema sociale britannico britannico, ruggisce ancora e ancora una volta azzanna sui temi a lui cari da decenni dello sfruttamento, del precariato, dell’emarginazione sociale, di una società dove le conquiste dei diritti e della dignità si sfarinano nell’illusione del guadagno facile con il lavoro autonomo, devastando vite e famiglie nei ritmi frenetici che abbrutiscono il lavoratore, che di autonomo a ben poco se non il proprio disagio del vivere.

Questo il messaggio dell’ultimo film del regista britannico: “sorry we missed you” la storia amara  di una famiglia di Newcastle che affronta l’esistenza  tra debiti e lavori precari, mentre sogna una casa in proprietà e  un futuro migliore per i due figli.

Al centro della vicenda, trattata con crudezza da neorealismo cinematografico, c’è Ricky che dopo aver svolto innumerevoli lavori di manovalanza pensa di svoltare varcando la  nuova frontiera della gig economy. Così si indebita per l’acquisto di un furgone con il quale si dedica alle consegne a domicilio, pagato quasi a cottimo sulla base dei plichi consegnati  in qualsiasi condizione , sotto il ricatto di turni estenuanti, senza nessuna garanzia sociale o permessi retribuiti, anzi, con il rischio di pesanti multe in caso di assenze o ritardi. 

Quello che doveva essere il riscatto del lavoro autonomo si trasforma in una infezione che progressivamente corrode il nucleo famigliare ed esaspera i rapporti fra padre e figlio, cultore di graffiti murali, ribelle alle proprie condizioni di vita come molti suoi coetanei delle periferie urbane. Mentre la moglie, Abby , che accudisce persone anziane e disabili, dopo aver venduto la macchina per comprare il furgone al marito,  è costretta a spostarsi in autobus per lunghi tragitti tornando a casa esausta.

Lo sfinimento fisico ricorre nelle immagini di questa coppia legata da profondo affetto che tenta di affrontare la quotidianità dei problemi aggravata da un figlio ribelle che incappa in problemi di giustizia e abbandono della scuola.

Uno sforzo immenso ed estenuante, sino a quando Ricky viene aggredito, pestato a sangue e derubato dei plichi , ormai indebitato, penalizzato dalle sanzioni della ditta di consegne, si trascina malconcio al furgone inseguito ed implorato dalla moglie e dai due figli, questa volta si uniti, per impedirgli di ripartire, mettendo a rischio la sua incolumità. 

La trappola del lavoro autonomo è scattata qui  il senso di quel sorry we missed you, che non è più solo la frase del mancato recapito del plico, ma  di chi, come Ricky   finisce per  mancare all’appuntamento della vita  incastrato in un meccanismo di sfruttamento dal quale non uscirà. 

Abbiamo parlato di un film quasi neorealista, crudo, essenziale, qualche volta insopportabile per la catena di sventure che affligge Ricky e la sua famiglia, una Jella integrale e assoluta ( realisticamente rappresentata)  che il regista talora esaspera per rendere più efficace il valore del suo messaggio che è radicalmente “contro” questo modello di società spietata. 

Ma Loach, si sa, è un socialista che del cinema ha fatto la bandiera per tante battaglie contro la disuguaglianza, questa volta con un occhio allo sviluppo del fenomeno della ormai dilagante consegna a domicilio con furgoni ‘bianchi’ spesso inquinanti. 

Anche questa volta gli attori non sono professionisti:   Kris Hitchen, che interpreta Ricky, era un idraulico alla guida di un furgone prima del film, Debbie Honeywood, nei panni di Abby, è un’insegnante di sostegno e i due ragazzi sono studenti delle scuole locali. Attori pilotati da Loach  man mano che le varie scene girate andavano a costruire il film, su una trama che era già nella testa del regista. 

Perché nei film di Ken nulla è improvvisato, ma frutto di un disegno lucido e consapevole dei guasti di un modello neocapitalista che stritola le vite.

Giuliano Longo 

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