Corruzione e tangenti, 12 misure cautelari a Roma

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Corruzione e tangenti, 12 misure cautelari a Roma

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Hanno raccolto illecitamente informazioni sensibili su 170 mila persone in cambio di tangenti. Per questo, con le accuse di corruzione e accesso abusivo ai sistemi informatici, 12 persone (6 ai domiciliari, 4 sospese dal pubblico ufficio e due interdette dall’esercizio dell’attivita’ imprenditoriale) sono state raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare eseguita dai finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, coordinati della procura di Roma. Coinvolte 20 societa’, tra le quali 6 che si occupano di recupero credito, mentre in totale gli indagati sono 90 sparsi in varie regioni d’Italia. Dipendenti, ma anche pubblici ufficiali, utilizzavano in maniera abusiva le banche dati alle quali potevano accedere (Inps, Mef, Agenzia delle Entrate, Camere di commercio e Guardia di Finanza) per acquisire informazioni per conto di privati che si rivolgevano ad alcune societa’. Tra i dati di maggiore interesse, gli indirizzi di residenza, lo stato patrimoniale e le visure catastali. Fra le persone coinvolte ci sono anche dipendenti pubblici e due appuntati della Guardia di Finanza “infedeli”. Nell’operazione sono stati anche sequestrati beni e soldi per circa 280mila euro, corrispondenti al prezzo e profitto della corruzione.

Nel corso delle indagini i finanzieri, coordinati dall’aggiunto Rodolfo Sabelli, hanno utilizzato intercettazioni telefoniche ed ambientali, analisi dei flussi finanziari ed approfondimenti di segnalazioni di operazioni sospette. Il tutto e’ servito a far emergere un collaudato sistema illecito in cui piu’ appartenenti ad enti pubblici hanno effettuato, nell’arco di quasi 4 anni, accessi abusivi alle banche dati protette da misure di sicurezza (chiavi e codici d’accesso,), fornendo i dati a societa’ di investigazioni o operanti nel settore del recupero crediti. Le societa’, attivate da propri clienti alla ricerca informazioni sul coniuge, un partner commerciale, un dipendente un debitore, si rivolgevano normalmente ad altri intermediari che curavano stabilmente i rapporti con i dipendenti infedeli, pronti a fornire i dati richiesti in base ad un vero e proprio tariffario, con corrispettivi variabili da 10 centesimo e 10 euro per visura, in base alla tipologia di banca dati interrogata e del numero di persone consultate. In alcuni casi le informazioni venivano richieste da soggetti usurai, gia’ arrestati nel maggio del 2018 nell’ambito di un’altra indagine della procura della Capitale, con lo scopo di recuperare i crediti derivanti dalla loro attivita’ illecita. Il pagamento dei pubblici ufficiali corrotti avveniva, periodicamente, secondo metodi diversi, come ricariche di carte Postepay intestate allo stesso corruttore o a familiari e soggetti compiacenti, ma anche vaglia postale o tramite buste di contanti lasciate e ritirate in alcuni esercizi commerciali.

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