A colloquio con Gianpiero Cioffredi, presidente Osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio

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A colloquio con Gianpiero Cioffredi, presidente Osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio

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L’anno che si sta per chiudere ha segnato una recrudescenza  della Criminalità a Roma con numerosi fatti di sangue che hanno richiamato l’attenzione della prefettura e delle forze dell’ordine con misure straordinarie di contrasto ed incremento di organici per il controllo delle territorio soprattutto nella lotta alla diffusione della droga.

Fra le istituzioni preposte al monitoraggio c’è l’Osservatorio  presieduto dal cinquantenne Gianpiero Cioffredi con un curriculum di tutto riguardo nell’organizzazione del volontariato, fondatore e Presidente dell’associazione  antirazzista Nero e Non Solo, sino al 2001 Presidente Nazionale di Arci-Solidarietà e responsabile dei programmi di sicurezza urbana e lotta alle mafie per la segreteria dell’Arci. Promotore della raccolta di un milione di firme della legge di iniziativa popolare  per l’uso sociale dei Beni Confiscati alle mafie approvata poi dal Parlamento come legge 109/1996.  

Con lui abbiamo parlato del lavoro dell’ Osservatorio poco conosciuto dall’opinione pubblica, ma apprezzato dagli addetti ai lavori sulla sicurezza. 

Dal punto di vista istituzionale, ci spiega, si tratta una struttura di supporto alla Regione sulle politiche della sicurezza, dove sono rappresentate tutte le forze di polizia, la Dia, le imprese, l’associazionismo e l’ufficio scolastico regionale.

L’Osservatorio nella primavera del prossimo anno presenterà il suo quinto rapporto con il consueto monitoraggio delle attività criminali nel Lazio sulla base del quale la Regione sviluppa gli interventi legislativi che le competono per affiancare l’attività delle forze di polizia e della magistratura. 

“Le mafie – ci spiega – da noi esistono da tempo e non sono solo un potere criminale, ma hanno un ‘capitale sociale’ che si manifesta nella capacità di relazione con mondi della società, della economia, per queste ragioni il nostro monitoraggio intende far maturare la consapevolezza pubblica e sviluppare gli anticorpi per contrastarle”.

 

Da tempo la Regione ha sviluppato iniziative sull’utilizzo dei beni confiscati e l’assistenza alle vittime dell’usura fenomeno per il quale il Lazio investe investe ogni anno 2.5 milioni per aiutare le vittime di sovraindebitamento, che precede la vera e propria usura. La legge, presentata nei giorni scorsi, prevede anche l’accompagnamento legale e psicologico, finanziamenti a fondo perduto per le vittime, garanzie bancarie per singoli e imprese, senza interessi sino a 30mila euro, con criteri di erogazione concordati con le 27 associazioni antiusura accreditate presso le Prefetture.

L’altro campo di intervento promosso dall’Osservatorio è quello  per i beni confiscati alle mafie, per il quale – ci ricorda Cioffredi – vale un protocollo d’intesa con il tribunale di Roma per la gestione del patrimonio sequestrato. “Qui va fatta una precisazione – aggiunge – perché dal sequestro alla confisca passano anni di procedimenti giudiziari e quindi c’è la necessità di preservare nel frattempo sia le aziende che il patrimonio immobiliare sequestrati. Da notare poi che grazie al giudice Guglielmo Muntoni, quello di Roma è stato il primo tribunale in Italia a sottoscrivere questo protocollo”.  

 

“Per le imprese – prosegue – c’è la collaborazione della Camera di Commercio e delle organizzazioni imprenditoriali, ma va tenuto presente che dopo il sequestro, quando subentra la confisca, la competenza passa alla Agenzia nazionale per i beni confiscati, quindi nel frattempo non si possono fare bandi per l’utilizzo pubblico di queste strutture. Attualmente il Tribunale di Roma gestisce con i suoi amministratori giudiziari un patrimonio di 500 aziende della provincia e 4000 immobili nell’area di sua competenza”. 

 

Ma cosa può fare concretamente la Regione in questo campo? Cioffredi ci fa due esempi: “A Ostia avevamo rilevato da tempo che il clan Spada acquistava consenso con associazioni culturali e sportive; quando è stata chiusa la loro palestra ci siamo resi conto che occorreva intervenire per recuperare quelle attività, così abbiamo chiesto al tribunale un sequestrato locale di 1100 mq vicino al porto e abbiamo aperto una palestra gestita dall’Ipab asilo Savoia  ente pubblico no profit, oggi frequentata da 1300 cittadini, in attesa che quell’immobile venga confiscato e assegnato definitivamente alla Regione”.

Altra iniziativa che ci segnala è quella di Montespaccato a seguito dell’operazione contro il clan Gambacurta, “anche qui era stato sequestrato un impianto sportivo con squadre giovanili che partecipavano ai campionati regionali di calcio, una struttura frequentata  da 600 ragazzini che rischiavano di perdere l’attività sportiva in un quartiere difficile, anche in questo caso  abbiamo stipulato un accordo con il tribunale e la stessa Ipab per la gestione con scuola calcio”.

Per quanto riguarda i beni definitivamente confiscati un bando della Regione finanzia con un milione di euro l’anno 73 comuni per la ristrutturazione di questi beni  spesso soggetti ad abbandono e deterioramento. 

Tipico l’esempio quello di una villa confiscata ai Casamonica, qui la Regione ha rilevato alcuni locali che dopo la ristrutturazione  sono stati affidati con un bando alla Associazione dei Famigliari dei soggetti autistici che a gennaio vi aprirà un polo sull’autismo. 

Ma spesso il problema della inagibilità di questi beni è irrisolvibile come nel caso di un’altra villa dei Casmonica alla Romanina. “Una villa abusiva confiscata nel 2012 che pochi giorni dopo lo sgombero fu completamente vandalizzata, rappresentando quasi un monumento alla sconfitta dello Stato. La Regione ne ha chiesto all’Agenzia l’affidamento, ma abbiamo dovuto abbatterla perché troppo costosa la ristrutturazione e in accordo con i cittadini del quartiere abbiamo realizzato il Parco della Legalità gestito dai comitati, con vari impianti fra cui  un campi di palla a volo, uno di basket e  un locale per la biblioteca”.

 

L’osservatorio è anche uno strumento prezioso per valutare, grazie alle indagini, gli atti giudiziari e investigativi, gli sviluppi e le metamorfosi della criminalità organizzata. Gli ultimi avvenimenti di sangue indicano Roma quale capitale dello spaccio, ma è veramente così? 

Secondo Cioffredi oggi Roma è diventata la capitale del narcotraffico, “un fenomeno su cui mettevamo in guardia da tempo perché è l’unica città dove il ciclo del narcotraffico si apre e si chiude. Si apre con le trattative che avvengono fra i grandi broker della droga romani e i cartelli latinoamericani o di altra provenienza e  le organizzazioni della criminalità organizzata locale. La merce arriva a Roma dai vari porti ad esempio Genova o Gioia Tauro, oppure dalla rotta del Nordafrica per confluire sulle piazze di spaccio e penetrare nella pancia della città. A questo punto i profitti realizzati chiudono il ciclo con il riciclaggio che avviene proprio nella Capitale”.

 

Se, come rileva l’Osservatorio, il più grande player della droga  rimane la ’ndrangheta che controlla l’80% del traffico, la caratteristica di Roma sono le 30 macroaree individuate dalla Procura, dove operano 100 piazze di spaccio che funzionano sul modello Scampia h24, con vedette, pusher ecc. “La gestione di queste piazze – prosegue Cioffredi – è in gran parte affidata ai gruppi della criminalità organizzata locale che in alcuni casi hanno fatto un salto di qualità diventando essi stessi organizzazioni mafiose, come i clan dei Gambacurta, Pannozzi, Casamonica, Spada ecc.  

Ma anche grazie ai colpi inferti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, a livello inferiore, altre organizzazioni nelle piazze di spaccio stanno tentando il salto di qualità per assumere, in alcuni casi, connotazioni mafiose”. 

 

Per di più “è proprio sulle piazze di spaccio che avviene il contagio sociale perché alcune organizzazioni riescono ad attivare consenso attorno alla loro attività che ad esempio si esprime nelle diffusione della musica Trap (caratterizzata da testi cupi e minacciosi, ndr) che questi gruppi promuovono soprattutto fra gli adolescenti. Questo genere di musica ottiene su youtube e altri social milioni di visualizzazioni alimentando stili di vita che valorizzano il consumo di sostanze. 

Inoltre questo contagio sociale si manifesta fra gli adolescenti che sono essi stessi, per poche decine di euro, pusher o vedette, mentre cittadini al di sopra di ogni sospetto, ad esempio pensionati o casalinghe, detengono le sostanze consentendo alla criminalità di evitare i sequestri”. 

 

Insomma, lo spaccio si va costruendo attorno a spazi di consenso sociale e i recenti fatti di sangue non avvengono per contestare una pax mafiosa imperante, ma hanno origine dalla fibrillazione fra queste organizzazioni a un livello inferiore. La molla è il danaro se si considera che le piazze “fatturano” mediamente  dai 7/8 ai 20mila euro al giorno, tanto che diventa molto più redditizio operare nel settore della droga che non con rapine e furti.  

Roma è la città dove avvengono i più numerosi arresti con poderose inchieste, ma secondo Il Contrasto al fenomeno della droga da parte di Magistratura e Forze dell’ordine c’è e anche molto forte, ma per Cioffredi non è sufficiente perché  “soprattutto nelle periferie servono l’azione delle agenzie educative, gli investimenti sociali, lo sviluppo dell’associazionismo. Non a caso il fenomeno droga prende piede in quei quartieri dove si verifica la desertificazione sociale e dove sono scomparse le tradizionali strutture di aggregazione come partiti e associazioni”.

 

La Regione e le istituzioni hanno il compito di lavorare a livello sociale soprattutto nei confronti dei giovani, infatti il fenomeno droga a Roma sta esplodendo perché “negli ultimi anni il consumo riguarda ormai anche la fascia di tredicenni e degli adolescenti tanto che gli spacciatori hanno adeguano il costo della dose alle paghette dei giovanissimi introducendo sul mercato anche i cannaboidi sintetici che costano poco ma sono devastanti e fanno delle stragi”. 

 

In conclusione il fenomeno, unico per le sue caratteristiche a Roma, è segno di una mutazione quasi antropologica soprattutto nelle periferie dove occorre un grande piano di investimenti che aiuti quelle forme di resistenza civile che pure esistono in questi quartieri.

Noi, conclude Cioffredi, la nostra parte la stiamo facendo “ad esempio a Tor Bella quest’anno abbiamo fatto con le associazioni locali 3 giorni di cinema, l’anno prossimo intendiamo farne 30 sfidando i clan locali e vogliamo che queste esperienze molecolari si sviluppino in altri municipi della Capitale”.

Da qualche parte bisogna pur cominciare, aggiungiamo noi, per battere le radici sociali di questo devastante fenomeno.

 

Giuliano Longo 

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