“Germania anni 20” di Giancarlo Sepe al Teatro la Comunità. La rappresentazione della agonia di una repubblica

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“Germania anni 20” di Giancarlo Sepe al Teatro la Comunità. La rappresentazione della agonia di una repubblica

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Sarà in scena sino a domenica 15 dicembre al Teatro la ComunitàGermania anni 20” uno pièce teatrale di Giancarlo Sepe con la sua compagnia di giovani e bravissimi attori, scene di Alessandro Ciccone costumi Lucia Mariani, musiche di Davide Mastrogiovanni a cura di Harmonia Team e disegno di luci Guido Pizzuti. 
Con “Germania Anni ‘20” Giancarlo Sepe prosegue il suo percorso di analisi della cultura tedesca, iniziato negli anni ‘70 con Herman (Berlino Anni 30), Accademia Ackermann, suo primo grande successo e proseguita di recente con Werther a Broadway.

Lo spettacolo nasce da una lunga fase di laboratorio e studio, condotta da  Sepe con gli attori della sua Compagnia, sulla cultura e gli eventi turbolenti della Germania negli anni che seguirono alla Prima Guerra mondiale.
Propio agli esordi di Weimar la repubblica democratica travagliata già nel suo sorgere da acuti conflitti sociali e politici pervasa, come sottolinea l’autore da “un’aria mefitica, da fine del mondo, che avvolge la Germania dopo la sconfitta della Prima Guerra Mondiale e che crea paure paradossali al limite dell’isteria nei cittadini che vedono sorgere decine di serial killer e assassini di giovani” preludio a quella sera l’ascesa del Nazismo.

Un clima cupo e complesso che viene rappresentato sulla scena del piccolo teatro con un sapiente uso delle luci ed effetti musicali che in parte riprendono noti motivi del cabaret di Berlino che simbolicamente esprimeva le angosce, ma anche la spregiudicatezza, le convulsioni e i fermenti culturali  di una società in cerca di risposte dopo la distruttiva (di vite umane) debacle bellica.
Eppure quella Repubblica non seppe rispondere a tutte le esigenze delle nuove generazioni e fallì, così la Germania  “scoprì fame e miseria, vide prostituirsi le donne agli angoli delle strade, madri e figlie. Weimar doveva unire il popolo nel nome delle arti e della riappacificazione nazionale” invece  ottenne il risultato di far fuggire tutte le menti che si affacciavano alla ribalta della cultura tedesca,  “visti come dei sovversivi, o alcuni come ebrei artefici dei disastri politici-finanziari. Parliamo di Grosz, Dix, Brecht, Murnau, Lang e decine di artisti”. Una Germania che “di nuovo gioca con la grandezza dei suoi figli – prosegue Sepe – per autodistruggersi nella violenza rendendo le notti, i palcoscenici, gli schermi cinematografici, i dipinti, le musiche, le architetture come mostri che mangiano l’umano e lo tagliano a pezzi”. Anche la luna “non è più romantica, ma rappresenta il risveglio del licantropo che divora le sue vittime, dissanguandole”. 

La via di fuga da questo quadro inferno sta “nel teatro fumoso di quegli anni, tra canzoni e canzonette, tra fotogrammi di mostri, posseduti da scienziati pazzi” e nella ricerca del piacere trasgressivo a tutti i costi. “WEIMAR COMPIE 100 ANNI – conclude Sepe – e in qualche modo, anche espressionista, va raccontata!!!”.
Il termine “espressionista” ( sempre di forte connotazione culturale nelle arti e nelle lettere della Mitteleuropa) è forse il più adatto ad esprimere i 90 minuti di rappresentazione dove i giovani attori recitano, cantano, ballano e si esprimono in tedesco inframmezzato da dialoghi e monologhi in italiano, ma è proprio l’espressività di quella lingua a dar una musicalità aspra, secca a tutta la rappresentazione dove anche la mimica dei corpi è fondamentale.

Il teatro la Comunità ci ha da sempre abituato a pièces suggestive dove l’azione prevale sulla parola (ricordiamo fra tutte i “Dubliners” di Joyce) e per quanto la stessa esistenza di questo teatro sia stata messa a rischio qualche anno fa, Sepe procede nella sua sperimentazione quasi plasmando i sui attori, e questa volta, simbolicamente, lancia anche un messaggio: de te fabula narratur, vecchia Europa dalla memoria troppo corta.
Giuliano Longo 

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