Nadir Moknèche, un regista da seguire e un film da vedere

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Nadir Moknèche, un regista da seguire e un film da vedere

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La rassegna ‘Locarno a Roma’ in corso in questi giorni all’Arena di Piazza Vittorio ci ha dato ancora una volta l’occasione di vedere un film veramente interessante.

All’apertura della rassegna il Direttore del Festival di Locarno, quest’anno alla 70° edizione, Marco Solari ha ribadito il rapporto di questo Festival con la città di Roma ed il fatto che sia e sia stato l’unico festival veramente indipendente e coraggioso, aggiungiamo noi, che abbia promosso film che nulla indulgono al mondo dei RED CARPET ma che sono uno spaccato di un mondo che vorremmo ignorare. A conferma di ciò il primo film proiettato nel 1946 è stato ‘o sole mio’ considerato da alcuni critici uno dei primi film appartenenti al genere del neorealismo, a causa della ricchezza di scene girate in esterni e della presenza di alcuni attori non professionisti. Gli altri due festival importanti in quel momento erano Venezia e Mosca, che avevano un diretto rapporto con le dittature ed il regime.

Locarno è vicino all’Italia e ci è debitore di una grande Irene Bignardi, direttrice del Festival dal 2001 al 2005 che ha dato un grosso contributo alla ripresa in grande del festival stesso. Il palmares quest’anno è rappresentato a Roma da 8 film di cui due vincitori di passate edizioni.

Torniamo al film di ieri sera girato in una Parigi livida perché livida è la storia che narra. Un figlio, alla morte della madre va alla ricerca del padre per un problema di eredità e scopre che suo padre si chiama Lola ed ora è una donna. Non un transessuale, attenzione, ma una vera donna rappresentata da Fanny Ardant.

Sorvolando sull’interpretazione della Ardant, sublime come sempre, il film ci fa vedere molto chiaramente la differenza tra Farid, il padre di quando Zino era piccolo, e Lola il padre di ora.

Un figlio che cerca un’immagine che rivede nelle videocassette dell’infanzia, e trova un’immagine diversa ‘ero un uomo, ora sono una lesbica’. Un padre che ‘ha deciso di completare il lavoro che Dio aveva lasciato a metà’ e che si trova ad affrontare il passato con la sua femminilità e con il fatto di dover dire al notaio ed al barista compiacente che lei è suo padre. Una situazione esplosiva che viene trattata con estremo rispetto. Questo è quello che ci ha colpito di più: il rispetto per una situazione che nessuno ha voluto ma che deve rientrare in un alveo di normalità se vuole avere un futuro.

Lo fa con un episodio estremo che aiuta tutti a capire che il rapporto genitoriale funziona indipendentemente dalle convenzioni linguistiche e burocratiche. E la vita continua.

Un film da vedere.

Anna Maria Felici

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