Mafia capitale, Buzzi e il Karaoke della corruzione

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Mafia capitale, Buzzi e il Karaoke della corruzione

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Nel corso della requisitoria del procuratore aggiunto Paolo Ielo nell’aula bunker di Rebibbia ricompare il nome dell’ex sindaco Gianni Alemanno  la cui posizione, va ricordato, è stata stralciata dal maxi-processo ‘Mafia Capitale’ ed è attualmente all’esame dei giudici della seconda sezione penale del tribunale per i reati di corruzione e finanziamento illecito. «Perché’ Salvatore Buzzi, che si professa uomo di sinistra – chiede Ielo- doveva pagare Gianni Alemanno? Su questo aspetto il silenzio assordante di Buzzi racconta tutto e ancora una volta ne dimostra l’inattendibilità.» Tanto più che Buzzi di soggetti che avrebbero preso soldi da lui ne ha citati molti, ma anche per questi vacilla la sua credibilità  perché «il rigore che si è seguito nel lavoro probatorio» li escluderebbe visto che «i processi si fanno con le prove, quelle vere e non si fanno con le suggestioni.»

E’ evidente che l’Accusa vuole diradare il polverone sollevato dalla difesa che ha tentato di coinvolgere tutto un sistema politico con particolare riferimento a uomini del Pd che da tutta la vicenda di Mafia capitale ne esce malissimo. La Procura vuole in vece restare sul terreno dei fatti accertati o accertabili per non cadere nel tranello di una indagine monstre che oltre alla corruzione, vorrebbe evitare all’imputato la stigma mafiosa che comporterebbe condanne molto pesanti. Tanto più che oltre alla posizione stralciata di Alemanno,  il gip Flavia Costantini nel febbraio scorso ha già archiviato  113 posizioni sulle 116 complessive sollecitate dalla Procura di Roma.

Nel proseguire la sua requisitoria Ielo ha aggiunto che l’insieme delle prove raccolte dalla procura dimostra l’esistenza di un «karaoke della corruzione»  sottolineando che mai come in questo dibattimento «si sono avute tante prove della corruzione.» Infatti dalle intercettazioni emerge non solo che «le somme di denaro fossero ripartite tra gli imprenditori in rapporto alla quota di partecipazione all’affare» ma anche che le tangenti «fossero pagate solo dopo l’affidamento» quindi dopo l’intervento dei funzionari pubblici corrotti.

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