Carminati in aula: “Su di me tutte leggende metropolitane”

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Carminati in aula: “Su di me tutte leggende metropolitane”

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Qualcosa di nuovo, “anzi d’antico” (direbbe il poeta) aleggia sull’aula bunker di Rebibbia dove il processo per “Mafia capitale” procede con la deposizione di Massimo Carminati, ascoltato solo in audio dal carcere di Parma dove è detenuto. Perché se Buzzi continua a proclamarsi “comunista”, oggi Carminati ha rivendicato con orgoglio di essere «un vecchio fascista degli anni ’70» contento di essere quello che è. Sapore di antichi “anni di piombo” cui manca solo la dichiarazione finale degli imputati “mi dichiaro prigioniero politico”. Che poi questo abbia poco a che vedere con quel sistema corruttivo (se mafioso lo stabilirà la Corte) messo in piedi con le coop sociali, è altro par di maniche. La deposizione di Carminati, prevista oggi e domani, si è aperta con un fuori programma. L’interrogatorio appena iniziato è stato subito interrotto per problemi al segnale audio dal penitenziario di Parma in un’aula gremita di posti in piedi.

I PEDINAMENTI

Carminati ha esordito parlando dei pedinamenti e delle intercettazioni subite «a partire almeno dal 2011». «Me ne sono accorto quasi subito – ha aggiunto ironicamente -. Ho un occhio solo ma ci vedo bene lo stesso». Poi, in tono di sfida ha proseguito «dovete decidere se sono Fantomas o se sono un cretino», respingendo l’insinuazione, secondo lui offensiva, dei suoi rapporti con i servizi segreti. Perché «nel primo caso Minniti (attuale ministro dell’Interno al momento della deposizione e allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, ndr) quando è venuto a testimoniare ha seguito i miei ordini, altrimenti io sono solo un cretino. Decidete voi».

I RAPPORTI CON BUZZI

Parlando di Buzzi si è detto onorato di averlo conosciuto come «una persona superiore a tutti gli imprenditori romani». I rapporti con Salvatore, ha precisato, «iniziano esattamente al termine del mio affidamento, metà settembre del 2011». Glielo presenta il «caro amico» Riccardo Mancini (ex ad di Eur spa). «Io avevo chiesto lavoro a Riccardo lui mi disse ‘adesso hai l’affidamento, dopo l’affidamento vediamo se si può fare qualche cosa’». «È lui – spiega – che mi mette in contatto con Salvatore». Va ricordato che 21 aprile 2010 la Cassazione gli aveva confermato la pena a 4 anni di reclusione. Una condanna per il furto avvenuto a Roma il 17 luglio del 1999, ai danni del caveau della Banca di Roma all’interno al Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio. Fino all’indulto, quello del 2006 con il quale ottiene l’affidamento ai servizi sociali in prova sino al gennaio 2011 quando la pena viene estinta.

Poi attacca. «Se non ci fossi stato io – dice -, questo processo sarebbe stata una cosa ridicola». E aggiunge «sarà per via del mio ego ipertrofico che dico questo, ma il campo nomadi l’ho pagato io. Nel mondo di sopra (quello del potere e della politica, ndr) sono tutti buffoni, non pagano». «In quello di sotto (quello della criminalità, ndr) – prosegue – invece si fa fronte agli impegni».

ALEMANNO E LUCARELLI

Poi precisa di non aver mai conosciuto il sindaco Alemanno e Lucarelli suo segretario «altrimenti sarei andato a buttare giù la loro porta a calci perché di loro non ho nessuna stima». Alla domanda del presidente del Collegio se avesse conosciuto Alemanno in carcere negli anni ’80 risponde «non esiste proprio, mai conosciuto Alemanno gente come lui non lo mettevano accanto a noi, sarebbero successe delle brutte scaramucce in carcere». Ammette però di conoscere oltre all’ex amministratore delegato di Eur spa, Luca Gramazio, attualmente detenuto. Su Mancini, che lui non ha mai minacciato, spiega che «era disperato, diceva che gli impedivano di pagare (Buzzi, ndr). Lui ha fatto di tutto per pagare. Era un uomo del sindaco Alemanno e doveva fare quello che gli diceva il sindaco».

LA STORIA DEL “NERO”

E allora da dove nasce il suo sodalizio con Buzzi? Semplice, dalla necessità di avere i soldi in nero perché «dovevo nascondere i soldi» per non risarcire la parte civile «che vuole 20 miliardi per il furto al caveau e dunque dovevo nascondere i miei proventi, anche quelli legali». Quanto al servizio giornalistico dell’Espresso che lo definiva il re di Roma ha sbottato «ma stiamo a scherzà?». Si tratta solo di «una strategia per vendere libri o giornali quindi non rompete i coglioni con questa storia del nero, del samurai (così definito nei libri dello scrittore magistrato De Cataldo, ndr)». «Mi ci prendevano tutti per il culo – spiega -, chi mi conosceva sa come sono».

L’OMICIDIO CALVI

Insomma leggende metropolitane come quella che circolava sul suo coinvolgimento nell’omicidio di Roberto Calvi. Il banchiere dell’Ambrosiano era stato trovato impiccato al ponte dei Frati Neri a Londra il 9 giugno del 1982. «Ero in carcere 2 anni prima e poi per 2 anni dopo. Stavo su una sedia a rotelle». Carminati fu infatti arrestato il 20 aprile 1981, a 23 anni colpito da mandato di cattura per le azioni con i NAR. Fu catturato mentre tentava di fuggire all’estero con due camerati. Rimase ferito nel conflitto a fuoco con la polizia perdendo l’occhio.

I RAPPORTI CON FINMECCANICA

Leggenda metropolitana anche quella dei suoi rapporti con Finmeccanica: «Non sono mai stato coinvolto in queste vicende». Conferma di aver parlato con Buzzi dei pedinamenti probabilmente «riferiti alla mia amicizia con Iannilli», il commercialista arrestato nel luglio 2013 per la bancarotta da 14 milioni dell’Arc Trade che insieme all’ex consulente di Finmeccanica Lorenzo Cola «gole profonde» che collaboravano con la Procura rivelando i segreti della galassia Enav Finmeccanica.

IL “LAVORO” DI CARMINATI

Con l’ex ad di Ama Franco Panzironi attualmente detenuto, nessun rapporto. Era una faccenda che gestiva Buzzi in proprio. Anche perché «in cooperativa parlavo solo con Buzzi e per la parte economica con Paolo Di Ninno. Il lavoro per me era Buzzi e io non ero organico alla cooperativa». Quale fosse questo lavoro probabilmente Carminati lo spiegherà nel corso dell’udienza.

Giuliano Longo

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