Comune di Roma, i grandi gruppi fuggono dalla Capitale in decadenza

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Comune di Roma, i grandi gruppi fuggono dalla Capitale in decadenza

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Che Roma sia una capitale in lenta e progressiva decadenza è ormai qualcosa di più di una semplice sensazione diffusa, ma un tragico dato di fatto confermato nei giorni scorsi anche dati forniti dalla Unione industriali, e ancor prima da uno studio dei sindacati. Industriali, costruttori, multinazionali fuggono dalla Capitale determinando una contrazione della occupazione e dei redditi.

L’allarme è stato lanciato qualche giorno fa da Unindustria – l’associazione laziale degli industriali-  con un esplicito messaggio indirizzato alla amministrazione dei 5stelle. «Roma è ferma, versa in una situazione di totale stasi e assenza di progetti». A dicembre i costruttori dell’Acer lamentavano che «a circa sei mesi dall’insediamento della nuova amministrazione capitolina non siamo riusciti a percepire con chiarezza in che cosa consista la “visione” immaginata per la Roma futura». A quella assemblea la Raggi nemmeno partecipò, lasciando all’assessore Berdini il compito di abbozzare una qualche risposta. Ma veniamo ai fatti.

Dopo il rifiuto delle Olimpiadi verranno forse trasferiti a Milano gli Internazionali di tennis mentre il progetto dello stadio della Roma, semmai andrà in porto, sarà fortemente ridimensionato. Rallentati anche i lavori per la metro C, mentre a Milano verrà anche trasferita la sede capitolina di Sky perché il capoluogo lombardo offre molte più infrastrutture e già vi operano concorrenti come Netflix. Circa 200 tra giornalisti e tecnici perderanno così il posto e altri 300 verranno trasferiti in Lombardia. Almaviva punta sulla Romania e chiude lo storico call center di Roma, licenziando 1.666 dipendenti e lascia aperti i centri di Milano, Palermo, Catania e Rende.

Secondo uno studio di Cgil, Cisl e Uil, dal 2009 al 2012 si era già registrata una  contrazione del reddito medio procapite da 21.716 euro annui a 21.331, tendenza che non si è arrestata negli anni successivi. Nel 2015 il tasso di occupazione si è mantenuto al 60%, ma c’è stato il tracollo dell’occupazione giovanile dal 21,7% al 12,7%. In questa situazione di contrazione del reddito il 70% dei romani è insoddisfatto per la mobilità e giudica negativamente il livello di quasi tutti i servizi pubblici offerti a patire dalla pulizia e dal decoro. I sindacati chiedono insistentemente alla Raggi un Patto per lo sviluppo, ma lei gioca su qualche assunzione o premi ai dipendenti come sta accadendo per Ama, convinta che una politica di concessioni ai comunales le garantisca il consenso. Di sfoltimento delle municipalizzate ne parla l’assessore Colomban, ma senza ancora un piano dettagliato di interventi e dismissioni. Unico vanto della sindaca è l’aver chiuso il bilancio entro il 31 gennaio dando, dice lei, certezze sulle risorse disponibili. Il PATTO che invece chiedono i sindacati parla di rigenerazione e riqualificazione urbanistica, hi-tech, accoglienza turistico-culturale, efficienza della macchina pubblica e un nuovo welfare.

Ma l’esodo di grandi gruppi verso Milano dimostra che Roma sta diventando la “capitale dei lavoretti” , della precarietà e del lavoro nero, soprattutto per i giovani che non superano mediamente un reddito di 10mila euro anno. I cosiddetti patti rimangono carta straccia se non c’è in primo luogo una volontà politica e un accordo forte fra imprenditori, lavoratori e Comune. La chiamano ‘vision’ che è semplicemente un progetto di città su cui far convogliare le poche risorse disponibili e gli investimenti possibili. Ma quando ammazzi Olimpiadi, lo stadio e i grandi progetti affidandoti ad un improbabile, continuo e massiccio intervento finanziario del Governo, non si va lontano. In fondo anche Ignazio Marino ha tentato di battere la stessa strada che l’incertezza politica generale e la stagnazione economica del Paese rendono ancor più improbabile. Allora hai un bel dire ‘ma Roma è la Capitale’, ma de che, della decadenza?

Giuliano Longo

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