Per Bersani il libro di Ignazio Marino poteva essere evitato

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Per Bersani il libro di Ignazio Marino poteva essere evitato

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C’è chi vede nel libro di Ignazio Marino “un marziano a Roma” una pura e semplice provocazione nei confronti di Matteo Renzi e del suo profeta a Roma l’omonimo Orfini, fra questi l’ex assessore Stefano Esposito che si rifiuta di comprarlo perché in pochi mesi da commissario del Pd di Ostia  e da assessore guastatore (come scrive Ignazio) aveva già capito tutto.  C’è invece chi vede in quel libro un segno della crisi che non è soltanto del Pd romano. E pur nella indiscutibile primazia del  presidente del consiglio, vorrebbe ragionarci, capire e discutere come sempre è avvenuto nella sinistra italiana. Fra questi l’esponente di una minoranza scarsamente rilevante alla prova dei fatti, come Pierluigi Bersani intervenuto ai microfoni della trasmissione di radio Cusano Campus. «In una famiglia, in un partito, in una città -ha dichiarato l’esponente della minoranza del Pd- possono succedere disgrazie e cose gravi, il problema è come si reagisce.» Eppure, aggiunge «quando ci siamo ritrovati in mezzo a Mafia Capitale, in una situazione complicata e tesa, lì abbiamo fatto l’errore. In quel momento bisognava elaborare il lutto in compagnia, dicendoci tutto quello c’era da dirsi. Non ci sarebbe stato bisogno di scrivere libri, se ci fosse stata una discussione interna al partito. Questo difetto originale ce lo trasciniamo ed è destinato certamente ad indebolirci.»

L’INADEGUATEZZA DI IGNAZIO

Il problema, e questo Bersani non lo dice, rimaneva comunque il sindaco e la sua inadeguatezza a giudizio di Renzi e non solo, visto che i sondaggi d’opinione non brillavano certo a favore di Ignazio. «Se la gente ci avesse visto discutere – prosegue Bersani – avrebbe avuto più stima di noi. Io sono legato a questo tipo di politica. Invece si cerca di semplificare, di portare in posizioni di comando la politica, che non è comando, ma nasce come partecipazione. Quando la si vuole ridurre a comando si va a sbattere contro un muro.» Un vizio di crescita del Pd o una sua inesorabile mutazione verso il partito della Nazione? Marino nel suo libro gioca molto su Mafia Capitale di cui pare essersene accorto solo con i primi arresti. Ma si fa scudo anche del rapporto Barca, di quel Pd ‘cattivo e pericoloso’ sul quale ha giocato la sua egemonia il commissario Orfini. Inoltre l’ostilità, a posteriori, dimostrata da Marino nei confronti del Pd romano e nazionale esclude che l’invito di Bersani ad una discussione franca potesse risolvere la liquidazione di un sindaco non gradito ai poteri forti (con i quali intratteneva comunque rapporti captati) ma anche a larga parte dell’opinione pubblica romana.

MARINO CONTRO IL PD ROMANO

In sostanza nel suo libro l’ex sindaco si limita a mettere tutti i gatti bigi nel sacco prima e dopo Mafia Capitale, al punto di affermare che se avesse dato retta al suo partito sarebbe finito in galera. Una posizione che stride con il buonsenso di Bersani e ancora lontano dai toni e dai metodi spregiudicati della politica renziana. Toni che al di là del vittimismo del marziano sono propri anche di Marino che magari non sarà rancoroso come qualcuno vorrebbe, ma entra a piedi uniti nel piatto della politica romana tentando di disfare quel po di Pd che a Roma ancora esiste e dal quale anche il candidato Giachetti pare prendere le distanze. Nè Marino può ancora puntare su una sponda a sinistra con Fassina che invece a breve se la dovrà vedere con i ‘governativi’ del vice presidente del Lazio Massimiliano Smeriglio, pronti a riaprire le porte ad una coalizione con il Pd.

IGNAZIO HA RIFIUTATO L’ABBRACCIO DEL PD

Ignazio non è uno sprovveduto e non a caso, fiutandone la crisi aveva evitato ostinatamente l’abbraccio del partito che lo aveva fatto eleggere, chiudendosi nella presunzione di poter fare tutto da solo e pure bene, cercandosi un’area di consenso verso il Movimento 5stelle. Questo slancio solipsistico ha finito per scontrarsi con il Governo che per Roma deve comunque allargare i cordoni della borsa, tenendo conto che la Capitale sarà pure caput mundi ma non è nemmeno l’ombelico dell’Italia tutta. Ha quindi prevalso la logica del “se te devo dà li soldi me devo pure fidà.” Questa è la domanda che il libro lascia irrisolta: perché poteri forti, governo e parte della pubblica opinione finirono per non fidarsi più di lui?

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