Marino attacca Renzi e il Pd romano, ma glissa sulla sua candidatura

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Marino attacca Renzi e il Pd romano, ma glissa sulla sua candidatura

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Come previsto folla in piedi alla presentazione del libro di Ignazio Marino “un Marziano a Roma”. Prestigiosa anche la location, le sede della stampa estera, scelta perché secondo l’ex sindaco la Capitale d’Italia è sotto i riflettori del mondo e addirittura «molte cancellerie occidentali sono preoccupate le sorti di questa Capitale».

UN ATTO DI AMORE

Alla domanda se questo suo volume di 300 pagine frutto dei suoi appunti giornalieri nel corso dei 28 mesi del suo mandato, sia una vendetta, un testamento o una sfida, risponde che vuole solo essere «un atto di amore verso Roma», mentre glissa e non risponde alla insistente domanda se si candiderà o meno per la corsa al Campidoglio. Sarà pure un atto di amore verso i cittadini, ma non lo è certo verso il partito che lo ha eletto, nei confronti del presidente e commissario romano del Pd Matteo Orfini e il presidente del consiglio Matteo Renzi. Un politico, Renzi «mai eletto da nessuno» e che «guida un governo di centrodestra». Basta leggere le prime pagine del ponderoso volume per capire che lui è vittima non solo dei poteri forti che lo hanno sempre osteggiato e oggi scelgono Tor Vergata per il villaggio Olimpico, ma soprattutto è stato ostacolato sin dall’inizio da suo Partito: capigruppo, presidenti d’aula, consiglieri. Una banda più assatanata di poltrone e prebende, con tanto di nomi e cognomi: D’ausilio, Coratti, Panecaldo sino agli ultimi assessori impostigli da Orfini con L’ultimo rimpasto di giunta, Causi ed Esposito, giudicati dei «guastatori» nominati per porre fine alla sua esperienza.

LO SFONDO

Sullo sfondo le trame di Renzi che voleva farlo fuori già dall’inizio del 2015 e dal fido scudiero Orfini il quale, prima che Alfano si esprimesse sullo scioglimento del Comune per mafia, gli aveva consigliato di farsi un lungo viaggio all’estero per ricandidarsi a sindaco l’anno successivo. Poi venne il finto rimpasto. Lui, in fondo stava buttando sangue per risanare una eredità che gli avevano lasciato non solo l’amministrazione («fascista») di Alemanno, ma anche quelle di Veltroni e Rutelli. Tutti gli hanno lasciato un indebitamento di 20,5 miliardi che ancora oggi e per i prossimi 20 o 30 anni i romani e i cittadini italiani pagheranno con 500 milioni anno. Una città in preda ai palazzinari e alla rendita che lui stava smantellando bloccando decine di piani di zona nell’Agro e con un progetto urbanistico di lunga lena studiato con l’assessore Caudo e 25 università di tutto il mondo. Poi il fiore all’occhiello: la chiusura di Malagrotta e il disvelamento del business dei rifiuti che coinvolgeva anche numerose cooperative. Sui trasporti e Atac veniva infine osteggiato dal Governo e dalla Regione che non gli fornivano i fondi sufficienti al risanamento. Neanche una parola sulla macchina amministrativa che il sindaco avrebbe dovuto gestire e controllare e che che “Mafia capitale” ha rivelato in parte corrotta. Come avrebbe potuto andare avanti senza i sostegno del Governo per una capitale che prende un terzo dei fondi di Milano e un decimo di quelli di altre capitali Europee?

IL DUBBIO

Resta il dubbio del perché Renzi abbia voluto farlo fuori anzitempo e in modo antidemocratico obbligando i consiglieri del Pd a levargli il sostegno. Antipatia? Sfiducia del suo modo di governare una città divenuta un pozzo senza fondo nonostante i 500 milioni del secondo “Salva Roma”? Evidentemente, è la versione di Ignazio, la decisione del presidente del consiglio nasceva da una oggettiva alleanza con i poteri forti che a Roma lo osteggiavano, non ultimo Caltagirone. Lui Ignazio, costretto da Orfini a cacciare dalla maggioranza Sel, già da tempo aveva fiutato l’aria che tirava nel suo partito che chiedeva un rimpasto di giunta già all’inizio del 2014. Per questo aveva aperto al Movimento 5stelle con l’assenso del capo gruppo De Vito e della attuale candidata Virginia Raggi, bloccati nelle pur buone intenzioni dal njet di Grillo e Casaleggio. Questa la narrazione di Marino che sarà fonte di rivelazioni, più o meno note, dalla completa lettura del suo libro del quale già oggi apparivano stralci sui giornaloni romani. Sempre critici e superficiali nei suoi confronti al punto di imbastire una forsennata campagna stampa, forse solo a causa  del suo deficit di comunicazione sui mirabolanti risultati che stava portando a casa. Tagliente, polemico, talora sprezzante verso la classe politica che avrebbe dovuto sostenerlo senza se e senza ma. Così, Marino, il Cavaliere della valle solitaria che ancora oggi non si comprende in che direzione voglia cavalcare.

LA SFIDA

Ripetiamo: vendetta, testamento o sfida? A essere obiettivi la terza opzione appare la più credibile perché la vendetta si è già perpetrata con l’autodistruzione del Pd romano. Di testamento nemmeno a parlarne, per un autoproclamatosi cocciuto come lui. Sfida di certo, semmai Ignazio volesse candidarsi, ma lui ci tiene ancora con il fiato sospeso e se dovesse rinunciare compirebbe davvero un umile atto d’amore verso la città e la sinistra romana tutta.

Giuliano Longo

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