Intervista a Roberto Morassut: “Una nuova legge su Roma Capitale”

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Intervista a Roberto Morassut: “Una nuova legge su Roma Capitale”

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A pochi giorni dalle primarie del centro sinistra di domenica, le intenzioni se non proprio il programma, dei due candidati favoriti Roberto Giachetti e Roberto Morassut, vanno delineandosi. Nonostante il tour de force dei due candidati fra incontri e assemblee promossi dal Pd il clima della contesa è stato sino ad oggi molto moderato e ciascun candidato ci mette del suo. Come nel caso di questa intervista nella quale l’ex assessore all’urbanistica di Veltroni punta molto sulla sua trascorsa esperienza di governo.

On. Morassut, lei è stato assessore all’urbanistica con Veltroni contribuendo alla stesura del piano regolatore del 2008 subendo anche critiche da comitati e ambientalisti. Dopo 8 anni cosa resta di quell’impianto urbanistico?
La Città di Roma ha sancito un Sistema di regole pubbliche certe, con la definitiva approvazione, da parte del Consiglio comunale, nel febbraio 2008, del Nuovo PRG, dopo oltre 40 anni di vigenza del PRG del ’62, a esito di un processo di pianificazione avviato nel 1994 e culminato in una conferenza di pianificazione con la Regione Lazio e la Provincia di Roma. Per la prima volta nella storia della Città, il Piano è stato oggetto di ben tre voti del Consiglio comunale: nel 2003, per la deliberazione di adozione, nel 2006 per la deliberazione di controdeduzione alle osservazioni, nel 2008, appunto per la su definitiva approvazione. Dunque un sistema di regole pubbliche e fortemente condivise.

Cosa significa per una metropoli come Roma questo Piano Regolatore Generale?
Nel merito, il PRG è un grande Progetto collettivo e mette in campo una strategia urbanistica complessiva di integrazione e di riequilibrio urbano e metropolitano, che prefigura un nuovo assetto decentrato di struttura urbana policentrica sostenibile e accessibile. La messa a punto di questa strategia assume la costruzione della città pubblica, quale struttura primaria di riferimento della città.

Quali sono state le scelte  qualificanti di questo Piano Regolatore?
Questa strategia trova riscontro in tre scelte urbanistiche riguardanti la costruzione del Sistema ambientale, anche attraverso la Rete ecologica comunale, la riqualificazione e la riorganizzazione policentrica della città esistente con l’individuazione di 18 centralità urbane e metropolitane, nonché la “cura del ferro” mediante il potenziamento e l’interconnessione delle infrastrutture per la mobilità pubblica.

Secondo lei cos’è mancato perchè questo PRG potesse cambiare il volto della città?
E’ mancata la possibilità, proprio a causa della sconfitta elettorale del 2008 del centrosinistra, di passare dalla fase della pianificazione a quella della piena gestione del Piano, anche se la sua vigenza ha costituito una diga invalicabile per i numerosissimi tentativi di varianti perpetrati anche ai danni del sistema naturalistico ambientale e del territorio agricolo.


Ormai quello delle periferie è divenuto un refrain di tutti i candidati e sul tema lei ci ha scritto dei libri. Ma se dovesse divenire sindaco da dove partirebbe per imprimere una svolta?
La città disordinata in periferia è figlia in gran parte di tre condoni edilizi approvati nel 1985, 1994 e 2003 da Craxi prima e Berlusconi poi. Quasi un terzo di Roma è cresciuto così: abusivamente. E sanato solo parzialmente a causa delle croniche scarse risorse. I Piani particolareggiati interessano 300.000 romani, ma sono attuati solo in parte, poi ci sono i Programmi integrati in minima parte avviati e i Piani di recupero dei Nuclei di edilizia ex abusiva da recuperare e in itinere. Ecco, bisogna ripartire da qui. Ma c’è anche altro che riguarda le periferie e che merita particolare attenzione: lo stato dei trasporti pubblici, gli spazi culturali, l’assistenza alle persone più deboli e in difficoltà. Ognuna di queste questioni merita un’attenzione, un impegno ed uno studio particolare.

L’impressione diffusa è che la Capitale sia in decadenza, con il collasso dei servizi e il logoramento della funzione amministrativa. Secondo lei quali sono le responsabilità della politica per questa situazione?
Non parlerei di decadenza. Roma, nonostante tutto, ha straordinarie risorse e un patrimonio immenso fatto di gente che lavora e di una straordinaria rete di volontariato, che restano la spina dorsale di questa città. Certo, occorre dire però che la situazione è davvero difficile. Ho già detto e scritto che la destra al governo di Roma ha fatto danni immensi. Ma occorre anche dire che non può più funzionare un Comune che agisce sul territorio con troppe articolazioni, troppe aziende di servizio. Il Comune non c’è più e non è solo un problema finanziario e di malcostume della classe politica. Anzi, in parte questo secondo aspetto è una conseguenza della disgregazione della macchina perché la corruzione riempie più facilmente i vuoti che si creano dentro un’amministrazione degradata.

La politica cambia pelle e la partecipazione si contrae, non crede sia giunta l’ora di formare giunte di governo con persone competenti lasciando anche spazio ai tecnici?
Quella di affidare ai “tecnici” il governo quando la politica è in difficoltà, è un’illusione. Io penso che un buon tecnico è tale se è anche un buon politico e viceversa. Un buon politico deve cioè conoscere la sostanza delle cose di cui si occupa. Per converso un buon tecnico deve avere la sensibilità dei tempi e delle opportunità delle scelte che derivano dalla politica. Ecco perché il risanamento dei partiti e un ritorno alla politica e al merito, nel dibattito e nella selezione delle risorse umane e dei gruppi dirigenti, è l’unica vera strada.


La macchina amministrativa con i suoi 65.000 dipendenti fra Comune e partecipate è travolta dalla corruzione diffusa. Da dove si dovrebbe ri-cominciare?
Occorre mettere in campo la parte migliore dell’esercito dei dipendenti e dei dirigenti della ‘macchina capitolina’, che sono, nella loro grande maggioranza, risorse straordinarie di competenza, dedizione, professionalità, a dispetto di tutti i luoghi comuni su assenteisti e fannulloni. Non bisogna tuttavia nascondersi che c’è una schiera di dirigenti e funzionari infedeli: questo problema si affronta con una misura speciale, da concordare con il Governo, con lo Stato. Una nuova legge per Roma Capitale, sia in tema finanziario, che per la bonifica e ricostruzione della macchina pubblica.

Le radici di questa situazione risalgono nei decenni, non pensa che una autocritica seria della sinistra guasterebbe?
Il mio ultimo libro comincia proprio con questa autocritica, sulla complessiva inadeguatezza del movimento democratico romano (PD, sinistra, movimento sindacale e cooperativo) a farsi carico del governo della Capitale dopo la disastrosa esperienza di Alemanno, dimostrando di non avere un’idea di città, di non aver compreso i cambiamenti profondi che Roma ha vissuto in questi ultimi dieci anni e di essersi chiuso in una dimensione esclusivamente di potere. Quanto alle responsabilità delle precedenti giunte di centrosinistra, Rutelli e Veltroni, Certo si possono fare anche in quel caso rilievi, critiche, elenchi di cose che si potevano fare meglio, ma i meriti di quelle giunte sono immensamente superiori ai possibili difetti.


Dai sondaggi il Pd dovrebbe arrivare al ballottaggio ma Sinistra Italiana pare vada per conto suo con Fassina. Esistono possibilità di ricucitura?
Me lo auguro, del resto ci ho provato in tutti i modi, ho fatto più di un appello, vedo tutti i rischi di questa separazione, ci proverò ancora, ma in questo non sento nessuna responsabilità, proprio nessuna.

Se lei dovesse vincere le primarie lascerebbe il seggio parlamentare per dedicarsi completamente alla campagna elettorale?
Rispetto chi lo ha fatto prima di me, ma io non ho intenzione di farlo. Penso, se non dovessi riuscire a diventare Sindaco, nel caso fossi scelto io alle primarie, che dovrei continuare il mio impegno in Parlamento, per portare avanti la battaglia iniziata per cambiare il sistema di governo della città. E non solo quella battaglia.

Lei ha affermato di non essere in contrapposizione con Giachetti, entrambi accomunati nella fedeltà a Renzi, ma al popolo delle primarie dovrebbero essere chiare le differenza fra i due competitors. Quali sono?
Le differenze non sono molte, siamo amici e stimo Giachetti anche se, certo, proveniamo da storie  e da esperienze politiche diverse, più di sinistra la mia, più radicale quella di Giachetti. Differentemente da Giachetti, io ho continuato ad occuparmi di Roma anche dalla Camera dei Deputati. Credo di poter proporre alla città un programma più definito. In ogni caso penso quello che dicono tanti nostri compagni ed amici nei circoli: anche  “Roberto” sarebbe un buon sindaco di Roma.

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