Urbanistica, i concessionari degli impianti sportivi si difendono

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Urbanistica, i concessionari degli impianti sportivi si difendono

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Un corposo servizio apparso sull’ultimo numero dell’Espresso dimostra che una volta chiuse le grandi operazioni urbanistiche che hanno fatto la fortuna dei palazzinari romani da diversi decenni, oggi le possibilità di sviluppo dell’industria delle costruzioni riguarda lo sport e i relativi impianti. Operazioni miliardarie come il nuovo stadio della Roma o le stesse olimpiadi. Ma c’è un settore più piccolo, ma particolarmente attivo, che riguarda gli impianti sportivi di proprietà comunale pubblica messo sotto accusa dalla stampa romana per presunti scandali.

Il COGISCO, Coordinamento dei Gestori di Impianti Sportivi Comunali al quale aderiscono una cinquantina di concessionari, non l’ha presa molto bene minacciando anche querele contro una campagna  di discredito nei confronti dei concessionari che si difendono. Perché, scrivono in una nota «sostengono tutte le spese del personale e delle utenze; applicano le tariffe stabilite dall’Amministrazione Comunale e provvedono alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture che sono di proprietà pubblica». Inoltre gli stessi concessionari «eseguono le opere di adeguamento e ristrutturazione a loro cura e spese migliorando le strutture di proprietà del Comune; inoltre mettono a disposizione l’impianto gratuitamente per i municipi e tariffe ridotte per le scuole e infine  hanno l’obbligo di praticare tariffe agevolate per particolari categorie di cittadini».

Il canone di concessione, da più parti definito in alcuni casi irrisorio, viene inoltre calcolato dal Comune secondo parametri e criteri fissati dal Consiglio con la possibilità  di ridurlo al 10% a condizione che il concessionario sostenga tutti gli oneri della gestione e della manutenzione e applichi le tariffe comunali. E poi, scrive l’associazione, gli impianti non sono tutti eguali per cui, paradossalmente, anche i quattro euro al mese per lo “Stadio delle Terme” (come pubblicato recentemente da Repubblica) «potrebbero essere troppi.» Quindi accostare la presunta “sportopoli” alla contestata “affittopoli” «è del tutto immotivato». Sin qui i concessionari, ma già nell’aprile dello scorso anno i Cinquestelle capitolini sulla base degli atti del Comune ripescati dal Laboratorio Carteinregola, denunciava che la metà degli impianti è  gestito “abusivamente” perché le concessioni sono scadute, con canoni in alcuni casi arretrati per  2 milioni mai riscossi e altre numerose magagne tutte da verificare.

Che un problema per questi impianti esistesse è dimostrato dal fatto che nel luglio scorso la Giunta  approvava  il nuovo Regolamento degli Impianti Sportivi in sostituzione della normativa risalente al 2002. L’allora assessore Paolo Masini spiegò che il  nuovo regolamento era «orientato alla trasparenza, alla garanzia di legalità e alla completa fruibilità da parte dei cittadini, ristabilendo la natura di servizio pubblico dell’impiantistica sportiva,  adeguando la normativa capitolina al Codice dei Contratti».

Quindi concessioni assegnate con regolari bandi di gara; “canone base”, determinato dalla tipologia dell’impianto, dell’attività svolta, dell’ubicazione, del potenziale volume di affari, dello stato manutentivo e degli investimenti previsti;  6 anni la durata della concessione. Ai futuri concorrenti veniva chiesto un programma di servizi gratuiti, con un minimo di 3 ore ogni mattina a disposizione delle scuole del territorio e un 5% delle ore di attività sportive da destinare ai servizi sociali. Infine le tariffe diventavano uguali per tutti gli impianti, variando solo in relazione al tipo di disciplina sportiva. Ma se nche dai concessionari viene giudicato inadeguato e punitivo, il regolamento resta semmai da regolarizzare per il pregresso.

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