Piero Mazzocchetti si racconta: intervista al tenore “crossover”

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Il Bel Paese è anche la patria del “bel canto” e da qualche anno la forza elegante delle voci liriche è tornata in auge, grazie alla comparsa sulle scene di una nuova generazione di cantanti. Non “crooner” alla Michael Bublè, ma dei cantanti dalla potenza e la tecnica d’opera prestati alla canzone pop: sono gli esponenti dell’“operatic pop”, di cui il tenore Piero Mazzocchetti è uno dei più noti in Italia e all’estero. Apprezzato anche dal grande pubblico televisivo – si classificò al terzo posto a Sanremo 2007 con “Schiavo d’amore”, un pezzo di Maurizio Fabrizio – l’artista pescarese aveva già ottenuto la fama all’estero, soprattutto in Germania, dove aveva ottenuto in pochi mesi il disco d’oro con “L’eternità”. Lo abbiamo visto in tv il 18 dicembre al Concerto di Natale su Canale 5 – diretto dal Maestro Renato Serio -, dove si è esibito nei classici natalizi “Adeste Fideles” e “Stille Nacht”.

Ami e studi la musica sin da bambino. Quando hai capito di voler fare della musica la tua professione?
Io ho sempre cantato, da piccolissimo. E come accade a molti, il mio esordio è stato nel coro della chiesa, grazie al mio parroco Don Bruno che riconobbe subito il mio talento. Suonavo l’organo, poi ho iniziato a studiare pianoforte al conservatorio. Crescendo, la mia voce stava diventando baritonale, ma ho scelto di cantare da tenore, e ho forgiato la voce per arrivare a quello che sono adesso.

Come mai il tuo vero esordio è stato in Germania?
È stato un caso: io ero appena uscito dal Conservatorio dopo il diploma in pianoforte e ho cominciato a collaborare, facendo piano bar, con un amico ristoratore a Monaco di Baviera. I suoi ristoranti erano frequentati dai grandi nomi del calcio – da Rumenigge a Beckenbauer – e un manager sportivo ha notato la mia vocalità potente. Ho iniziato a esibirmi in importanti manifestazioni sportive e da lì ad avere un contratto discografico con la Universal il passo è stato breve. In pochi mesi ho ricevuto il disco d’oro col mio primo album.

In Canada, dove nel 2010 hai incantato una platea di 5000 spettatori con un vasto repertorio, ti hanno definito un artista “crossover”. Puoi spiegarci esattamente che cosa significa?
Non è così facile definirlo… In poche parole è un andare attraverso i generi, spaziando dalle melodie più tradizionali al pop, con una vocalità da lirica. Gli esponenti di questo genere – penso ad Alessandro Safina, ad esempio – sono tutti musicisti con una formazione classica, “prestati” al pop. Nel mio caso, l’esperienza del piano bar mi ha consentito di arricchire la mia vocalità, che è potente, con l’intonazione e le sfumature della musica leggera. Anche grandi popstar, pensiamo a Freddy Mercury, amavano l’opera: musica, vocalità, tecnica che hanno portato alla ribalta una fusione di rock, pop e opera. D’altra parte, la musica è un linguaggio universale, perché porre delle barriere?

Quando hai iniziato a cantare, chi è stato il tuo modello?
Sicuramente Andrea Bocelli, che del “crossover” è l’interprete più affermato; anche lui ha innestato la sua carriera di cantante su una solida preparazione musicale classica e con il suo successo mondiale, ha portato l’attenzione su questo genere musicale. Ho avuto il privilegio di partecipare alle manifestazioni di Jose Carreras e anche di duettare con questo grande artista; ma se devo riconoscere una paternità alla musica che faccio, in una battuta “siamo tutti figli di Pavarotti”, anzi per la precisione di Pavarotti and friends. È stato il grande tenore emiliano ad affiancare per primo pop e opera, abbinando la sua voce di cantante lirico a quella dei grandi interpreti del rock come per esempio Bono degli U2.

Che cosa pensi de “Il Volo”?
I ragazzi hanno un talento innegabile, ma non sono come potrebbe sembrare, artisti crossover. Questi giovani sono nati e cresciuti musicalmente in un talent show, partendo subito come interpreti dalla voce potente. Noi artisti più “maturi” veniamo da lunghi anni di studio di impostazione classica e soltanto in un momento successivo siamo approdati alla canzone. È un percorso diverso, che personalmente ritengo più efficace ai fini di una crescita artistica costante nel tempo e di una carriera duratura.

Che cosa consigli ai giovani che vogliono studiare musica e canto?
Innanzitutto che siano loro e non i genitori a influenzarne le scelte: i genitori devono essere soltanto spettatori silenziosi. All’inizio la musica deve essere un gioco, ma passo dopo passo diventa un impegno serio; talento e passione non sono niente senza tanto studio e sacrificio. Per questo non credo molto nei talent, dove il giovane artista viene “pompato” per rendere al massimo in un lasso di tempo molto breve. Ai miei alunni della Crossover Academy insegno proprio questo: preparazione, serietà, pazienza.

Quali sono i tuoi progetti per il 2016?
Sto lavorando insieme a Beppe Vessicchio al mio nuovo album, che uscirà ad aprile. Sono un amante del vintage e ho scelto di proporre le mie incisioni in una doppia veste: vinile e pennetta usb. La usb è necessaria, ma amo i vecchi dischi, mi piace toccarli, e sono contento di offrire al mio pubblico anche qualcosa di caldo, dal sapore ormai antico.

Con la promessa di darci a breve qualche anticipazione sul nuovo album e sulle sue prossime apparizioni in tv, salutiamo Piero Mazzocchetti, con l’augurio a lui e a voi di uno splendido 2016.

 

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