Mafia Capitale, Salvatore Buzzi si difende e attacca la procura

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Mafia Capitale, Salvatore Buzzi si difende e attacca la procura
Salvatore Buzzi

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Dice di essere rimasto «senza amici» ed è per questo che non li «sta coprendo». E la sua speranza è quella di «essere giudicato con serenità». Salvatore Buzzi è in video conferenza dal carcere di Tolmezzo e inizia a parlare nel processo di Mafia Capitale. L’ex re delle coop sociali, imputato anche per associazione a delinquere di stampo mafioso, ha voluto rendere una dichiarazione spontanea alla fine della quinta udienza davanti alla X sezione penale per replicare alle parole di due udienze fa rilasciate dal pm, Paolo Ielo, che per giustificare il respingimento della richiesta di patteggiamento, aveva detto sostanzialmente che Buzzi non aveva fornito alcun aiuto alle indagini, che aveva continuato a coprire «i suoi amici» e aveva «lanciato strali agli altri».

Buzzi inizia la sua difesa sottolineando come «il Processo sarà molto lungo, non posso essere delegittimato davanti al Tribunale e pertanto non posso non replicare alle affermazioni fuorvianti rese da ufficio del pm tese ad inficiare le mie deposizioni. Dal giorno del mio arresto ho assistito inerme a un linciaggio mediatico della mia persona con palesi violazioni sulla diffusione delle immagini».
Nell’udienza «del 19 e in quella odierna, nel motivare il parere negativo alla mia richiesta di patteggiamento, l’ufficio del pm ha affermato che nelle mie deposizioni ho solo tenuto a difendere i miei amici, a lanciare strali agli altri senza dare alcun contributo alle indagini. Non è assolutamente vero. In 5 interrogatori ho ricostruito con precisione i vari fenomeni corruttivi a me imputati disvelando cose non conosciute alla Procura, dichiarazioni confermate negli interrogatori successivi di Odevaine e Cerrito e perfettamente aderenti alle intercettazioni telefoniche e ambientali – ha continuato Buzzi -. Ed è per questo motivo che, anche per dare sostanza alle mie dichiarazioni, il mio legale ha chiesto l’esame di molti testi, politici, giornalisti, ex detenuti ed altri utili a ricostruire le gravi ipotesi di reato».
Buzzi, inoltre afferma di aver «avuto un sesto interrogatorio con la Procura di Catania come imputato di reato connesso e le mie deposizioni, amplificate dalla stampa, mi hanno portato a subire minacce. Forse le dichiarazioni da me rese non erano aderenti ai desiderata dell’ufficio del pm ma un conto sono le ipotesi accusatorie un altro l’accertamento della verità». Buzzi ha detto di non temere questo processo, anzi: «Non vedo l’ora che inizi istruttoria dibattimentale con l’acquisizione dei miei interrogatori per dare il mio contributo all”accertamento della verità e alla lotta alla corruzione».
Secondo l’ufficio del pm «nell’udienza del 5 novembre, non posso essere detenuto a Rebibbia perchè ho tentato di impadronirmi della mensa del carcere. Anche questa affermazione – specifica Buzzi – va assolutamente contestata perchè non vera e perchè rappresenta in modo distorto un progetto sociale. Le cose stanno in modo completamente diverso. In primo luogo si trattava di un progetto per realizzare nel carcere femminile, e non maschile di Rebibbia, un centro cultura per la preparazione dei pasti per i centri di accoglienza per immigrati da me gestiti, pasti che acquistavamo da tre fornitori diversi – ha aggiunto Buzzi -. In secondo luogo, tale progetto avveniva con la collaborazione del Dap, della Regione Lazio e della direzione del carcere femminile di Rebibbia e prevedeva un grosso investimento della nostra cooperativa».

Resta inoltre il fatto che secondo la Cassazione è da escludere che Salvatore Buzzi abbia dato 125mila euro alla fondazione “Nuova Italia” di Gianni Alemanno per puro spirito di «liberalità», in nome dei vecchi tempi passati insieme in carcere, a Rebibbia, nel 1982. Lo sottolinea nelle motivazioni – depositate oggi con la sentenza 46652 della Seconda sezione penale e relative all’udienza dell’undici novembre – di conferma della custodia in carcere per Franco Panzironi, l’ex amministratore delegato di Ama, la società capitolina di raccolta dei rifiuti urbani dove le regole di «parentopoli» imponevano assunzioni e consulenze. Ad avviso della Suprema Corte «con motivazione non manifestamente illogica», i giudici di merito hanno affermato che «deve essere evidenziata l’intrinseca inattendibilità delle dichiarazioni di Panzironi laddove sostiene che Buzzi si sarebbe determinato alle dazioni di denaro» in favore della fondazione «per puro spirito di liberalità ovvero a causa di una risalente comune esperienza carceraria con Alemanno».
«L’intera vicenda processuale» di Mafia Capitale – scrive la Cassazione citando l’ordinanza del riesame del nove settembre che ha confermato il carcere per Panzironi – «dimostra in maniera inequivocabile» che Buzzi, «presidente della cooperativa 29 giugno, non ha mai corrisposto denaro se non in adempimento di patti corruttivi ovvero per acquisire vantaggi per le proprie aziende». Per quanto riguarda la presunta collaborazione di Panzironi alle indagini, la Cassazione la ha esclusa osservando che l’ex ad si è solo limitato a fornire «elementi, quali l’indicazione dell’ex sindaco di Roma, già individuati dai giudici di merito». Quello della collaborazione, dunque, non è stato ritenuto un buon motivo per concedere all’ex ad di uscire dal carcere. «Tramite l’ex ad di Ama, Alemanno – sostiene la Procura di Roma che ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex sindaco della capitale con l’accusa di corruzione e illecito finanziamento – avrebbe ricevuto, attraverso la sua fondazione, 75mila euro sotto forma di finanziamento per cene elettorali, 40mila euro per finanziamento della stessa fondazione e circa diecimila euro in contanti. L’undici dicembre il gup deciderà sul rinvio a giudizio». Alemanno ha sempre sostenuto l’estraneità alle accuse. Quella più grave di associazione mafiosa, è stata archiviata.

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