Atac, la guerra delle interviste fra Broggi ed Esposito

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Atac, la guerra delle interviste fra Broggi ed Esposito

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Non abbiamo mai avuto dubbi che Stefano Esposito, l’assessore dimissionario della giunta Marino, sia uno sveltino e in grado di capire in due mesi cosa veramente succede in Atac. Solo per dovere di cronaca mettiamo a raffronto l’intervista rilasciata dall’ex assessore “tagliateste” a Repubblica con quella sul Tempo dell’amministratore delegato Danilo Broggi. Il quale conferma le sue dimissioni anche se fu scelto per quell’incarico proprio dal sindaco e dal predecessore di Esposito, anche lui ormai ex assessore Guido Improta.

Se a ciò si aggiunge che anche il direttore generale Micheli ha dato le dimissioni per l’eccessiva invadenza di Esposito tertium non datur: o Esposito è davvero il mago del Tpl o gli altri due sono degli scemi. Ma veniamo al dunque. Esposito ormai va avanti e indietro dalla Procura con gli esposti (scusate il bisticcio) perché  secondo lui Atac è la sentina di ogni corruttela. «Manager strapagati e incompetenti che hanno depredato Atac»; un «far west», un’azienda «senza speranze» dove in questi anni «la politica ha scorrazzato liberamente», promuovendo «manager senza competenze che hanno qualcosa da nascondere» e prendono decisioni in un «clima costantemente avvelenato, di «guerra permanente coi dipendenti».

Tutto questo, al netto di ciò che potrà emergere dalle inchieste aperte dalla Procura e presso l’Anac che rischiano di far apparire il simbolo di Tangentopoli, Mario Chiesa, e il suo Pio Albergo Trivulzio di Milano «un collegio di lattanti». E siccome lui non ha peli sulla lingua, salvo querele che dice di non temere visto che ha l’immunità di parlamentare, punta il dito contro Giuseppe Depaoli a capo del personale che, «è una delle peggiori espressioni dell’azienda dal punto di vista gestionale». Ma in Atac c’è anche «il responsabile delle relazioni industriali indagato per la vicenda di Parentopoli, il capo dell’ufficio legale coinvolto in quella dell’Ama». Quindi «Non dico che vanno licenziati (e perché no?, ndr)  ma almeno messi di lato».

Per quanto riguarda poi i suoi rapporti con l’amministratore delegato dimissionario, Danilo Broggi, afferma: «Ho chiuso con lui da più di un mese, da quando mi promise di dare il via libera al bilancio 1’8 di settembre. Salvo poi non approvarlo e non dirmi nulla (ma come si è permesso Broggi?, ndr)».  Resta il fatto che una parte dell’attuale management Atac è stato nominato dalla giunta Marino e allora come la mettiamo? «Una parte, esattamente – risponde il senatore -. Per il resto, questi sono gli stessi vertici che hanno liquidato 1,2 milioni di euro al responsabile della bigliettazione parallela».

Puzza di tangenti allora? «Il sospetto è lecito. La reazione rabbiosa che ho ricevuto in azienda quando ho chiesto approfondimenti su questi appalti mi fa pensare che abbiano qualcosa da nascondere».  Se poi in Atac si dovesse brindare per la sua dipartita, il senatore di Moncalieri ammonisce «Fossi in loro riporrei lo champagne in frigo. Prima di andarmene ho acceso i riflettori. Si è mossa l’Anac, si è mossa la Procura: direi che hanno poco da festeggiare».

Ma Danilo Broggi, che non è un pellegrino che scende dalla montagna ma dalla finanza per di più milanese, non ci sta a venir sputtanato e sul Tempo risponde «A questo gioco al massacro non ci sto. Quereleremo tutti quelli che hanno scritto cose aberranti senza nemmeno essere andati a guardare le carte. È in atto un disegno che non intendo più tollerare». E aggiunge: «Sostenere che il 90% degli appalti è stato affidato senza bando pubblico è folle». Infatti l’Anac di Cantone «non contesta nulla, ma ci ha fatto tutta una serie di richieste a cui risponderemo nei tempi previsti». E a che dice che in Atac da cinque anni non si fanno gare risponde «Anche un normale cittadino capirebbe che si stanno dicendo sciocchezze è come dire che gli elefanti hanno iniziato a volare».

Inoltre non è corretto dire che il 90% degli appalti è stato affidato senza bando «lo abbiamo già spiegato che il valore tra i bandi “aperti” e le procedure negoziate fatte tramite la piattaforma on line, superano il 90 per cento del valore degli appalti. Ciò vuol dire che gli affidamenti diretti sono del tutto residuali». Come stanno allora le cose? «Nei mie due anni di amministrazione ho molto incrementato le gare aperte. La parte di procedura negoziata è completamente online. Ma sono gare, tutte tracciate. C’è la più alta trasparenza possibile. Questo strumento online garantisce la più ampia partecipazione di soggetti. Soprattutto permette di avere la partecipazione di fornitori medio-piccoli. I cartelli, invece, si formano se si chiamano solo i grandi. C’è un albo fornitori a cui ci si può iscrivere. Vince chi fa l’offerta più bassa. Non c’è alcuna discrezionalità».

L’assessore Esposito ha portato un dossier di 100 pagine in Procura, ma Broggi non è preoccupato: «Di dossieraggi ne ho visti tantissimi in questi anni, tra lettere anonime e messaggi in codice. Qui contano i fatti, noi daremo la più ampia trasparenza delle cose fatte. Siamo totalmente sereni. E aggiungo che con la Procura di Roma abbiamo in questi due anni collaborato strettamente ». In verità è difficile credere che Esposito dopo soli due mesi abbia un “disegno” su Atac se non quello di apparire come il “Terminator che viene dal freddo”. Così come è difficile credere che Improta, che di trasporti se ne intende davvero, abbia messo ai vertici di Atac due imbecilli nelle persone di Broggi che è durato due anni e Micheli che provenendo da vertici bancari, se l’è data a gambe appena ha capito l’aria che tirava a Roma. Ad ogni modo ormai la partita è chiusa anche per Esposito a meno che non decida, e ne dubitiamo, di candidarsi a sindaco. Quanto ai dossier di cui la Procura viene inondata dopo gli arresti del dicembre scorso, se possono servire a dimostrare chi sono i primi della classe pronti a chiudere i cancelli a vacche scappate, potranno reprimere ma non risolvere i problemi di Atac. Perché se le cose stanno come dice Esposito tanto vale passare allo spezzatino parziale o alla privatizzazione totale, ma di corsa.
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