Shabbat Shalom, racconti di vita ebraica: quella svastica sul mio cognome

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Shabbat Shalom, racconti di vita ebraica: quella svastica sul mio cognome

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Ho scoperto una svastica incisa sulla cassetta postale sopra il mio cognome, l’orrido segno della croce uncinata. Di primo acchito non capisco poi inforco gli occhiali: sorpresa e sgomento. Non é possibile, chi può essere stato? Chi? Incomincio a far congetture sull’autore di quella ignobile azione ma non mi sovviene nessuno. Vigliacco, esci fuori se hai coraggio! Mi guardo intorno, vorrei parlarne subito con qualcuno: dall’ascensore spunta l’inquilino del quarto piano. Lui ascolta indifferente, fa spallucce e si congeda con un sorriso. Risalgo le scale a piedi, lentamente. Entro in casa, cerco carta e penna e scrivo una lettera.

Gentili condomini,
provate ad immaginare di essere svegliati all’alba, buttati giù dal letto da uomini in divisa nera che bussano prepotentemente alla vostra porta. Parlano una lingua aspra e dura, incomprensibile. I vostri figli piangono a dirotto, la nonna in vestaglia paralizzata dalla paura. Ora sono in casa, hanno sfondato la porta a calci. Vi intimano di vestirvi, di raccogliere in una valigia gli effetti personali. Vi mostrano un biglietto sgualcito con le poche cose da trasportare. Avete solo venti minuti. Dove ci portano? Mamma, Papà!
Le sentite quelle voci, le sentite?
Non abbiamo tempo, bisogna salvare i bambini! Quelle furie dannate vanno via, torneranno tra poco. Vi ricordate della Rina, quella simpatica del secondo piano che vive sola, sarà sveglia? Lei appare sull’uscio spalancato a metà, l’aria stonata dal trambusto. Signora, la prego, i bambini! In un attimo i vostri affetti più cari scompaiono per sempre dentro quell’ingresso lungo e disadorno; neanche il tempo di un bacio, una carezza. Disperati, suonate a tutti i campanelli, all’impazzata. Mancano dieci minuti. Nessuno più aprirà. Vi osservano dallo spioncino trattenendo il fiato. Altre grida provengono dal palazzo di fronte: il rastrellamento prosegue con ferocia e spietatezza.
Non smette di piovere, il cielo piange le vostre stesse lacrime. Nonna è già pronta, ignara del destino che l’attende. Mancano cinque minuti. L’ultimo sguardo alla casa, stanza per stanza, ad immortalare ogni oggetto, ogni cosa cara, la vostra vita in un fermo immagine. Sono tornati, vi spintonano giù per le scale. Il bavero alzato, fa freddo, è quasi l’alba. In strada siete tanti, tantissimi, centinaia. C’è anche Angelo in sedia a rotelle, una coperta sulle ginocchia e il viso tra le mani. Vi trascinano di peso e vi ordinano di salire sulle camionette con i fucili puntati, il terrore negli occhi. Le sentite le urla strazianti? Le sentite?
Provate ad immaginare ora una svastica disegnata sulla vostra cassetta postale. Adesso capirete tutto questo dolore.
Distinti saluti

Daniela Pepe Viterbo

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