Comune di Roma, i guai di Marino non sono le note spese per i viaggi

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Come dovuto da una informazione polemica ma obiettiva, riportiamo il comunicato del sindaco Ignazio Marino sulle sue spese di rappresentanza

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convinti che nella sostanza il sindaco abbia pienamente ragione. Non si possono fare le pulci su rimborsi che in passato e per molte rilevanti amministrazioni locali oggi,  rappresentano la disponibilità per le pubbliche relazioni del sindaco di una Capitale. Se poi si vuol fare della demagogia a basso costo mediatico come fanno i grillini, occorrerebbe puntare i riflettori su ben altri sprechi. Il problema nasce anche da un errore di comunicazione del sindaco e del suo staff che oggi minaccia querele, ma che sino a ieri ha fatto confusione sui numeri. Ma l’ostilità dei media nei confronti di Marino ha ben altre radici che non i rimborsi e risiede nel giudizio sul personaggio contraddittorio, talora scostante e impermeabile alle critiche. Di sindaci antipatici ne esistono altri, non ultimo quello di Napoli. Ma di sindaci non sorretti da una classe dirigente degna dei propri compiti che gli copra le spalle, non se ne vedono molti. Parliamo del Pd che dopo i 5 anni della gestione Alemanno un pò per consociativismo, un pò per deficit di proposta progettuale, è arrivato al governo cittadino impreparato.

Sino a quando l’indagine di Pignatone lo ha messo in ginocchio, mentre  la successiva ciliegina rappresentata dalla indagine del prof. Barca (che improvvidamente ha definito parte di quel partito pericoloso e cattivo) lo ha affondato. Ed è proprio il deficit di politica la vera debacle del sindaco e di questo Pd che il commissario Matteo Orfini tenta di far rivivere a colpi di ukase. Senza una visione complessiva, una competenza e una strategia che dia spessore alla sua figura qualunque sindaco non va lontano. Soprattutto se “alieno” e partorito da un originario compromesso fra le correnti di quel partito. Marino, nonostante le verbose comparsate decisioniste è stato sin dall’inizio tirato per le falde della giacca prima dai Democratici locali (polverizzati nelle loro fazioni e centri di potere) e poi da un Pd nazionale di cui il commissario Orfini è espressione.

Che finisce per divenire il mediatore nei confronti di Matteo Renzi che non ama Roma, il partito romano e il suo sindaco. L’evidente gap di governance consente l’emergere di un “decisionismo improvvisato” quale quello dell’assessore alla mobilità Stefano Esposito che per chiedere a Renzi 30 milioni di lavori urgenti per la metropolitana A e B e un commissario straordinario che vi sovrintenda, si avvale addirittura di “Whatsapp” per comunicare con il presidente del consiglio. Un esempio che sarà anche molto innovativo sul piano dellacomunicazione “instant moment”, ma mortificante sotto il profilo quegli atti ufficiali che dal sindaco dovrebbero promanare.

In questa situazione ci sia avvia al Giubileo, ridicolmente paragonato alla Expo di Milano sotto il piano dei vantaggi economici, che con pochi soldi per opere di ordinaria amministrazione ed una città prostrata nei trasporti e nel decoro, non potrà che presentare grosse difficoltà che verranno puntualmente addebitate al sindaco, che peraltro non gode delle simpatie vaticane. Secondo recenti rilevazioni il 44% dei cittadini vorrebbe che lui continuasse nella sua impresa contro quel 48% che ne auspicherebbe le dimissioni immediate. Una scelta, quest’ultima, che spiazzerebbe ogni manovra politica e ridarebbe dignità personale al chirurgo. Ma impossibile, perché lui è ancora oggi l’architrave di quel sistema, abbattuto il quale sarebbe il crollo di tutto e di tutti a sinistra (Sel compresa).

Con l’aggravante che il Movimento 5 stelle, che si propone come antagonista, esprime a Roma un personale politico sicuramente onesto e disinteressato, ma è non all’altezza di gestire la complessità di questa Capitale. Come dimostrarono a suo tempo Alemanno e la sua improvvisata classe dirigente capitolina di una destra oggi ai margini della scena politica. In questa situazione i problemi della città stagnano nell’inutile proliferazione di comunicati, proclami e annunci che difficilmente toccano quella ‘maggioranza silenziosa’ del 50 (e passa) per cento di non votanti alle ultime amministrative. Una vera mina vagante per il sistema. Se poi il Pd di Orfini pensa di recuperare a Roma sulla scorta di un presunto effetto Renzi, potrebbe incorrere nell’errore fatale di scambiare lucciole per lanterne.

Oppure di confondere le sue raffinate strategie politiche con la realtà di un consenso di popolo in progressiva, fatale decadenza e difficilmente recuperabile. I proclami di onestà, trasparenza e legalità non bastano da soli a governare la complessità metropolitana. Se poi il Comune non è stato sciolto per mafia non è detto che ciò possa avvenire per una sorta di default pilotato da un commissario che permetta di decantare la situazione sino a quando la politica non recupererà un minimo di credibilità.

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