Shabbat Shalom, racconti di vita ebraica: diario di una strage

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Shabbat Shalom, racconti di vita ebraica: diario di una strage

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Trentatré anni fa, il 9 ottobre 1982, la mia vita cambiò ed il ricordo di quel tragico sabato resterà incancellabile.
Ore 6:00 – La sveglia squilla incessante. Apro gli occhi per un istante per ripassare a mente gli impegni della giornata. Ho tempo

per fare tutto, dico tra me e me, il turno oggi comincia a mezzogiorno.
Ore 11:50 – Parcheggio l’auto di servizio. Il collega scende e si avvia a passo svelto verso il semaforo. Arranco dietro di lui mentre mi sistemo il berretto d’ordinanza, d’un tratto mi accorgo di aver dimenticato il blocchetto delle multe e torno indietro. Pochi passi. Sono le ore 11:55 un violento fragore scuote via Catalana susseguito da una scarica violenta di mitraglia. Cado a terra, mi rialzo. Grida, pianti, un fiume di persone, tra cui donne e tanti bambini, si sparpaglia urlando. Sono disorientata, sconvolta, annichilita. Realizzo che si tratta di un attentato. La maggioranza dei feriti é di religione ebraica: fedeli usciti dal Tempio dopo aver festeggiato lo Shabbat e Sheminí Hatzereth, festa che chiude il ciclo di Succoth, dedicata alla benedizione dei bambini. Corro, mi faccio largo tra il panico e la disperazione per portare i primi soccorsi, tra occhi sbarrati dall’incredulità e dall’orrore. Una madre cerca di divincolarsi dalla tenera stretta di un collega e urla a gran voce il nome dei suoi familiari. Ovunque scialli di preghiera imbrattati di sangue, libri sacri calpestati, scarpe sparse in qua e là, borsette abbandonate, occhiali rotti, gemiti e singhiozzi. Scorgo il corpo di un bimbo, avrà due anni Stefano, giace straziato tra le braccia del padre. Accanto il fratellino, Gadiel quattro anni, lotta tra la vita e la morte. Un andirivieni di ambulanze a sirene spiegate scuote l’antico quartiere ebraico. Roma é sconvolta, tutti pensano a quella bara lanciata davanti alla Sinagoga, alle scritte antisemite di qualche giorno prima; macabri presagi di un tempo senza ritorno: quello dell’odio e della paura.
C’è chi grida “basta!! vogliamo la pace” chi alza le mani al cielo piangendo ed invocando. Vedo un altro bambino, miracolosamente illeso e ammutolito, lo stringo a me e lo metto in salvo. Doveva essere una giornata di festa e di gioia, sorrisi e strette di mano, di fischietto e paletta; si tramutò in incubo che spezzò per sempre il sogno pacifico di un’intera comunità.
Ho conosciuto il senso del dolore profondo, quello strappo definitivo che toglie ogni speranza alla vita. Quando passo dalla Sinagoga rivolgo sempre lo sguardo alla targa in memoria di Stefano Gai Taché, vittima del terrorismo. E nel suo ricordo prego che quell’orrore non accada mai più.

Daniela Pepe Viterbo

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