Shabbat Shalom, racconti di vita ebraica: Succoth

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Shabbat Shalom, racconti di vita ebraica: Succoth

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Ho vissuto un periodo difficile della mia vita dove gli affari non andavano bene tanto che non sopportavo l’idea di fallire. Mi ero chiuso in me stesso e alla domanda “come va?” ostentavo sempre “molto bene, grazie”. Non era vero, non era vero nulla.
Sentivo il bisogno di parlare con qualcuno ma non avevo il coraggio. Troppo preso da me stesso, non avevo coltivato rapporti umani, e mi perdevo in pensieri senza senso, impregnati di orgoglio e narcisismo.
Scorrendo la rubrica telefonica, lessi il numero di David. Non ero sicuro di trovarlo a quel recapito, ma provai.
Pronto? Andrea? Ma che sorpresa! Dobbiamo vederci, vieni stasera a cena in succah. Vuoi?
Mi presentai alla sua porta con una bottiglia di vino kasher ed un mazzo di fiori. Dopo un caldo benvenuto, David e sua moglie mi condussero sulla terrazza dove era allestita una capanna (succah) dal tetto di frasche, canne e foglie di palma, ornata all’interno da frutti e disegni variopinti. Incuriosito mi accomodai ed il padrone di casa cominciò a spiegarmi il significato della festa di Succoth o Festa delle Capanne.
Egli mi raccontò che é uso ricordare le abitazioni in cui dimorarono gli ebrei per quaranta anni dopo essere usciti dall’Egitto. La capanna simboleggia la precarietà della vita ma soprattutto la tutela divina. Sia pur fragile e con un tetto di fronde a mostrar le stelle, protesse il popolo ebraico nei lunghissimi anni di permanenza nel deserto. Inoltre, aggiunse, é la Festa della Gioia (zemàn simchaténu) che santifica il lavoro e la fatica umana, la fede e la fiducia in D-o. Ci si rallegra del raccolto, tutti insieme, senza distinzioni sociali o economiche: il ricco e il povero sono uguali sotto la succah, siedono l’uno accanto all’altro, compiendo il precetto (mitzvah) di consumare i pasti per otto giorni, godendo dell’ombra della capanna.
David era felice nel rendermi partecipe delle sue tradizioni e le sue parole mi furono di conforto, tanto che, il mio cuore si riempì di profondità e benevolenza. Compresi che era venuto il tempo di riflettere sul valore della mia esistenza e come affrontare in modo nuovo il futuro, magari con più onestà e amore per il prossimo. Così ripresi a studiare, colmando i vuoti della mia conoscenza.
La manna, di cui parla la Bibbia, quel nutrimento miracoloso caduto dal cielo, io l’ho ricevuta una sera di settembre, di tanto tempo fa nella succah di una famiglia ebrea.
Quella manna si chiama David, il mio fraterno amico.

Daniela Pepe Viterbo

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