Migranti, l’emergenza esiste ma non è colpa della scabbia

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Fra i cavalli di battaglia del razzismo dilagante vi è quello che identifica i migranti quali portatori di malattie in parte debellate alle nostre latitudini. In questo squallido sport praticato dalla Lega Nord e dai grillini si oppone la parte più consapevole del volontariato che assiste i migranti e la Chiesa. Negare che un problema esista, soprattutto nella nostra Regione fra le prime per numero dei migranti presenti, sarebbe chiudere gli occhi di fronte ad una realtà che non è solo dovuta alla migrazione ma alla globalizzazione degli scambi di uomini e merci tout court. Se quindi istituzioni come “Medici senza frontiere” operano là dove i conflitti e i massacri decimano le popolazioni, qui da noi esistono istituzioni sanitarie già in grado di affrontare un problema che non verrà certo arginato dalla mite chiusura delle frontiere o dalla costruzione di chilometrici quanto improbabili muri o barriere. Parliamo del Policlinico Universitario ”Agostino Gemelli” che intende rendere concreto il proprio intervento sociale con una assistenza sanitaria qualificata. Il primo intervento sanitario del Gemelli riguarda la diffusione della scabbia, infezione della pelle che si sviluppa in condizioni di scarsa igiene e che ha afflitto in questi giorni numerosi migranti e rifugiati giunti nella Capitale e nella sua provincia. In particolare, come riportano le cronache, quelli attualmente in sosta nel campo attrezzato nei pressi della Stazione Tiburtina, ma non solo. È da tempo, racconta il dermatologo Rodolfo Capizzi, uno dei medici dermatologi volontari che insieme a studenti liceali e universitari dell’Opera Regina Apostolorum assiste i migranti, che consegniamo pane e viveri ai senza fissa dimora del quartiere di Ponte Mammolo. «Appena è scoppiata l’ultima emergenza umanitaria abbiamo offerto, sensibilizzati da don Marco Fibbi, parroco della parrocchia di San Romano Martire al Tiburtino, il nostro sostegno e ci siamo subito accorti che, a causa delle pessime condizioni di igiene e sicurezza in cui vivono quotidianamente nei campi di passaggio, la scabbia si è rapidamente diffusa fra loro». Già, la scabbia, parola quasi scomparsa da nostro vocabolario, ed è proprio la diffusione della scabbia che ha allarmato l’opinione pubblica soprattutto per la possibilità di contagio. Si tratta di un’infezione banale, ci spiegano i dermatologi del Gemelli, anche se molto fastidiosa che «può complicarsi se non trattata, ma si cura molto bene con l’applicazione di una semplice pomata e che certamente non si trasmette con una stretta di mano». E’ anche vero che le condizioni in cui vivono i migranti favoriscono il contatto prolungato pelle-pelle e la trasmissione della scabbia deriva anche dal non potersi lavare e cambiare di abiti frequentemente. Queste situazioni di scarsa igiene personale favoriscono la trasmissione del parassita Sarcoptes scabiei che provoca in queste persone, già provate dalle condizioni di navigazione e di sosta nel nostro Paese, un forte prurito quotidiano e costante. Per realizzare questo intervento umanitario la Farmacia interna del Policlinico Gemelli, su input della Direzione Generale, ha reso disponibili circa 20 litri di farmaco (benzoato di benzene) sufficienti a curare fino a mille persone affette dalla scabbia. Attualmente, proseguono i medici volontari del Gemelli e l’intervento della Protezione Civile la situazione è sotto controllo e non si tratta certo di una epidemia, ma è necessario mantenere costanti le condizioni di pulizia e igiene generale affinchè la diffusione e il contagio non si ripetano. «I farmaci che noi applichiamo – ci spiegano – uccidono uova e insetti, ma questi ultimi possono sopravvivere fino a una settimana sugli abiti, spesso gli stessi indossati dai migranti per molti giorni: per questo, a causa del contatto stretto e ripetuto, i migranti si contagiano a vicenda e soffrono certamente molto a causa dell’intensità del fastidio dovuto all’infezione. In ogni caso la scabbia è una patologia dermatologica banale e che basta una terapia a basso costo per curarla e guarirla, essendo sufficiente una sola dose di farmaco».

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