Roma, licenziata perché malata di cancro

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Roma, licenziata perché malata di cancro
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La terribile storia di Simona, una donna di 40 anni, licenziata perché malata di tumore e costretta ovviamente ad assentarsi per fare le cure necessarie. A riportare la storia è l’edizione on line del Corriere della Sera.

LA STORIA – La donna era dipendente in un negozio del centro commerciale Roma Est di Roma, come scrive il quotidiano romano. E dopo un lungo ricovero ha trovato a casa la lettera di licenziamento perché aveva superato il «periodo di comporto». Quindi troppe assenze: 20 in più rispetto a quelle previste dal contratto. Simona avrebbe potuto fare richiesta prima della scadenza del termine per chiedere – viste le ragioni di salute – altri giorni, ma in quel periodo era in ospedale.

I SINDACATI – L’Unione sindacale di base (Usb) ha scritto in una nota: «La prima catena di elettronica di consumo in Europa con oltre 974 megastore distribuiti in 16 paesi europei ha applicato alla lettera il contratto di lavoro e non ha avuto alcun riguardo per la lavoratrice, mamma di una figlia, che ora si ritrova a combattere contro il cancro e contro la disoccupazione».

«È il prodotto di una società che annulla l’aspetto umano – dichiara Francesco Iacovone dell’esecutivo nazionale Usb Lavoro Privato -. I lavoratori sono meri strumenti di produzione, al pari di uno scaffale. Il morale, la serenità e la sicurezza economica, in questa malattia, fanno la differenza. E l’azienda, pur applicando le regole contrattuali, ha dimostrato di non aver il minimo riguardo per una sua dipendente che da tanti anni lavora per questa multinazionale».

LA PRESA DI POSIZIONE – «Impugneremo il licenziamento e chiederemo l’immediato reintegro – aggiunge il sindacalista – forti anche di quanto accaduto recentemente a Brindisi (un’impiegata di 52 anni in una multinazionale, malata di cancro e reintegrata dopo una petizione con 80 mila firme e un accordo con la multinazionale, ndr). Adesso è il turno di Simona. Insieme ai suoi colleghi organizzeremo delle iniziative per sostenerla, intanto abbiamo lanciato in rete un hashtag: #dallapartediSimona», conclude Francesco Iacovone. Pronto a ridare alla ragazza almeno un lavoro e un po’ di dignità.

 

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