Campidoglio, la destra romana in cerca d’autore

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Campidoglio, la destra romana in cerca d’autore

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Senza tanto clamore si va consumando la parabola di una destra romana che dopo l’esperienza Alemanno si è bruciata la residua credibilità. La stessa esperienza dei Fratelli D’Italia di Giorgia Meloni, accreditata al 3% a livello nazionale e forse qualcosina di più nella Capitale, non decolla strozzata dal tardivo recupero di molti personaggi che l’esperienza di Alemanno hanno condiviso. Non ultimo Fabio Rampelli che insieme a Giorgia è stato l’organizzatore dei ‘gabbiani’ che tanto peso hanno avuto nella vittoria della destra nella primavera del 2008. Ma anche tutta la vecchia componente “aennina”, che a Roma è sempre stata più importante di Forza Italia, si è sfaldata con la confluenza degli amici del senatore Augello nelle fila Alfaniane, dalle quali l’ex vicesindaco Sveva Belviso si era sfilata ben prima delle elezioni presidenziali per costituire la sua evanescente formazione politica.

LA DESTRA E L’OPPOSIZIONE A ROMA – Che questa destra romana, tutta, non sia riuscita nemmeno a portare avanti una seria opposizione nei confronti di un sindaco con tutte le sue debolezze e incompetenze  che oggi si salva agitando il vessillo della legalità, è un dato di fatto. Anzi, proprio sulla questione della legalità destra e sinistra hanno balbettato vittime di una sorta di complesso della ‘coda di paglia’. Sfuma così l’ipotesi di Augello di ritornare alla ribalta sostenendo una eventuale lista ‘moderata’ di Alfio Marchini per drenare voti in un astensionismo ormai supera il 50%. Anche le formazioni più estreme della destra  come Casa Pound e Forza Nuova, per non parlare di quella galassia di gruppi e sigle neo fasciste, dopo aver proliferato sotto l’ala protettrice di Gianni Alemanno si stemperano nella xenofobia e nella vana ricerca di iniziative agitatorie nel malcontento delle periferie. Lo stesso Storace rinuncia al sogno di resuscitare l’antico simbolo di AN. Persa l’occasione di agganciarsi al carro francese di Marie Le Pen i Fratelli vengono surclassati dall’abbraccio convinto della leader del Front National a Matteo Salvini. Il quale fiuta l’aria e non potendo statutariamente presentare una lista Lega Nord nella Capitale, si dà un gran da fare per recuperare l’elettorato di destra sotto la sua futura lista Salvini. Così, come questa testata aveva annunciato mesi fa, si cimenta nella manifestazione a Piazza del popolo per il 28 febbraio. Una sorta di  un “embrassons nous” di massa con quella Roma ladrona che pure ha dato grandi soddisfazioni alla virulenta protesta di Beppe Grillo a San Giovanni.

CHI SI AVVICINA A MATTEO SALVINI – Succede allora che verso l’emergente Matteo, verso il nuovo astro del populismo antieuropeo, affluiscano come un fiume in piena (in cerca d’autore) molti i perdenti di quella che fu la destra romana. A cominciare dall’ex  presidente dell’assemblea capitolina Pomarici che si è portato dietro alcuni consiglieri dei municipi, sino all’ex assessore regionale Di Paoloantonio, marito dell’on. Barbara Saltamartini che sul carro di Matteo è saltata subito dopo l’elezione di Mattarella, in polemica con il bistrattato e ondivago  Alfano. Approdo verso il quale starebbero lavorando lo stesso Augello e Aracri. Ma il repèchage di un personale politico organicamente coinvolto nel passato politico di questa città potrebbe non giovare a Matteo che infatti ne vede i pericoli. Il passaggio di Di Paoloantonio, seguito da altri transfughi, potrebbe anche valergli la costituzione di un gruppo ‘viva Salvini’ alla Pisana, ma resta il fatto che il suo movimento non ha radici sui territori esclusa una sede di Leganord a suo tempo inaugurata ai Parioli.

LA LEGA E LA MACCHINA ELETTORALE – Insomma, gli manca quella macchina elettorale, che sia pur malconcia, a sinistra potrebbe ancora funzionare. Gli manca il polso di quegli umori cittadini  che anche Alfio Marchini, a fasi alterne, tenta di percepire se non altro perché Roma ed i suoi problemi li conosce. L’alleanza con Giorgia Meloni in caso di comunali più o meno anticipare, gli gioverebbe ben poco vista la fluidità  di un elettorato  poco  motivato, soprattutto dopo gli scandali di corruzione. E non è detto che in una città smagata qual è Roma l’immagine aggressiva del giovane Lombardo finisca per portargli almeno quel 15% di consensi per contare qualcosa in aula Giulio Cesare. Perché la partita del potere in questa città non si gioca nei talk show o con le interviste alla stampa ( di cui quali Salvini abusa sulla cresta dell’onda dei sondaggi, ma con il rischio di rigetto) ma nella mediazione con ‘i poteri forti’ capitolini e  nell’interpretare la pancia di un popolo che oggi non ha più punti di riferimento.

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