Mio nonno è morto in guerra, Simone Cristicchi ci parla del suo libro

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Mio nonno è morto in guerra, Simone Cristicchi ci parla del suo libro

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Capelli sparati, andatura sbilenca, sguardo stralunato. Simone Cristicchi, il “cantattore” romano, è stato in guerra. O, almeno, ne ha sentito parlare. Gliel’ha raccontata chi, la guerra, l’ha fatta davvero (ed è sopravvissuto). Cinquantasette racconti brevi, cinquantasette istantanee in bianco e nero, direttamente dalle voci di ex soldati, partigiani, profughi e civili coinvolti nel conflitto, raccolte nel libro “Mio nonno è morto in guerra (Mondadori). Un libro che nasce da un silenzio, da un’amnesia sociale, dalla necessità di non perdere la memoria storica del nostro Paese, in questi «tempi di finta pace». Cinquantasette storie di vita sotto le bombe, di fame e dolore, tragiche e tragicomiche, incompiute per definizione, che Cristicchi ha portato in tour anche nei teatri con un omonimo spettacolo di successo. Ho incontrato questo “funambolo della parola”, impegnato civilmente su più fronti, in occasione di una delle sue numerose presentazioni in giro per l’Italia.

Dall’esordio con l’album “Fabbricante di canzoni”, alla vittoria al Festival di Sanremo 2007, dal primo libro “Centro di igiene mentale – Un cantastorie fra i matti” (Mondadori, 2007), al monologo teatrale “Li romani in Russia”. E adesso “Mio nonno è morto in guerra”. Com’è nato questo libro?
«L’idea mi è venuta ascoltando mio nonno Rinaldo, che ha fatto la campagna di Russia. Non è morto in guerra, ma non è mai tornato veramente. Ho sentito il bisogno di recuperare e (ri)scrivere le storie minime di chi, come lui, è stato inghiottito dalla spirale della Grande Storia, per riscattarle dall’oblio cui erano destinate. Parlandone, in prima persona, con i protagonisti: reduci di Dachau, di Russia, d’Africa Orientale, esuli dell’Istria, partigiani della Resistenza. Ricostruendo una sorta di geografia dell’emotività. Questo libro è il risultato dei miei appunti di viaggio, registrati un po’ ovunque, da nord a sud».

Undicesimo comandamento: non dimenticare. Ricordi, esperienze passate, testimonianze. Quanto è importante la memoria? Può essere uno strumento di cambiamento?
«Sicuramente, la memoria è uno strumento che ci aiuta nel quotidiano: immagina se, uscendo da casa, dimenticassimo come tornarci (ride). C’è, però, una memoria più importante: quella soggettiva. Personale, di ognuno di noi: cosa ricordiamo, perché la ricordiamo. Che segna una strada, indica un percorso, anche collettivo. Guardando al passato, si costruisce il futuro. In questo senso, la memoria può essere cambiamento, rivoluzione culturale».

Nel preambolo della Costituzione dell’Unesco si legge “Poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che si devono costruire le difese della pace”. Tu che ne pensi?
«Sono d’accordo. È una frase molto bella. Peccato, poi, non sia messa in pratica».

De Gregori cantava: «La Storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso». È davvero così? Nessuno è escluso dalla Storia?
«Assolutamente sì. Certo, tanti non hanno avuto risalto, visibilità, ma ne sono parte integrante, comunque. Ecco, ho voluto fare proprio questo: dare voce ai testimoni muti della Storia, alla gente comune, sconvolta dagli uragani del destino. Restituirgli il giusto posto, nel mosaico degli eventi».

La Storia insegna. Quest’esperienza cos’ha insegnato a te?
«Moltissimo. Su tutto, un profondo rispetto per gli anziani. Una categoria lasciata, spesso, in disparte ma, in realtà, patrimonio collettivo fondamentale. E l’impegno civile nel preservare testimonianze di vita, di ogni tipo, con qualsiasi mezzo: scritto, audio, video, informatico. Come stai facendo tu, in questo momento. Una volta raccolta, una storia è salvata per sempre».

 

 

Titolo: Mio nonno è morto in guerra
Prezzo listino: € 16,00
Editore: Mondadori
Data uscita: 14/02/2012
Pagine: 168

 

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