Emergenza casa, degrado, sprechi e speculazione

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Esiste una “città nella città”. Fatta di immobili abbandonati, invenduti e inutilizzati che potrebbero essere acquisiti, riconvertiti per offrire un tetto a costi ragionevoli all’enorme popolo dei “precari della casa” ai quali il mercato immobiliare è oggi drammaticamente precluso. Per anni si è continuato a costruire case che nessuno acquista, massacrando il territorio e sovraccaricando le periferie con nuovi quartieri-dormitorio senza servizi e senz’anima.

Ponte di Nona, l’area pioniera dell’edilizia attorno al centro commerciale, è ancora oggi uno dei maggiori cantieri aperti. Quasi interamente costruita dal Gruppo Caltagirone, la zona è l’emblema delle grandi speranze del passato, tramutatesi in uffici vendite pressoché deserti e grandi teloni pubblicitari adagiati sulle facciate di edifici mastodontici.

E ancora aree come Palmarola Lucchina dove sarebbero previsti oltre 300 mila metri quadri di aree, di cui oltre settantadue mila destinate a costruzioni edilizie e tre mila per strutture commerciali. In quest’area, gia nel 2008 era stato pensato di realizzare aree di verde pubblico e polmoni naturali per i nuovi residenti, oltre ad essere già sito di ritrovamenti archeologici dopo i sopralluoghi della Sovraintentenza Capitolina. L’area di intervento, come si legge nel Programma Urbanistico del Comune di Roma, ha una superficie territoriale di 31,5 ettari ed è localizzata nella zona del XIX Municipio all’interno del quadrante di via Trionfale, via Casal del Marmo e via Boccea. In quest’area è prevista una riorganizzazione dei servizi residenziali e commerciali «in modo da rendere autosufficiente la vita di quartiere» si legge nel progetto, ma i residenti di tutto questo non vedono ancora nulla.

«Non si tratta di un progetto di Housing Sociale» dichiara al Corriere della Sera l’architetto del Comitato Ottavia-Lucchina, Donatella Iorio che secondo alcuni studi del Comitato «si tratterebbe forse dell’ennesima speculazione in quartiere destinato a tutt’altri scopi».

Al momento sono 30mila i romani in graduatoria per una casa popolare, il Campidoglio riesce ad assegnarne solo 150 all'anno. Ogni anno ci sono 7.000 nuove sentenze di sfratto e criticità come quelle verificatesi in seguito alla inaccettabile privatizzazione degli immobili degli Enti Previdenziali. E poi ci sono tutti quei palazzi vuoti. Senza una destinazione. Sono centomila, secondo un'ultima stima delle associazioni.

Una decina sono occupati dallo scorso 6 aprile dal Movimento dello Tsunami tour. Una protesta che aveva indotto il neo presidente della Regione a chiedere al prefetto una moratoria sugli sfratti. Entro l'estate infatti oltre 30.000 persone rischiano di rimanere in mezzo a una strada. Di soluzioni concrete all'orizzonte nemmeno l'ombra. E così a pochi giorni dalla scadenza elettorale tornano alla mente tutte quelle occasioni mancate o, peggio ancora, gli sprechi e le inefficienze. Come la storia dei residence per l’assistenza alloggiativa. Per questi alloggi, molti dei quali di circa 30 metri quadri, il Comune arriva a pagare mediamente 2.000 euro al mese, per un totale di circa 30 milioni di euro l’anno. Cifre fuori mercato.

«Il Comune, con gli stessi fondi, avrebbe potuto garantire assistenza al triplo delle persone – ha denunciato ieri in una nota Luigi Nieri – e anche improntare politiche abitative in grado di offrire soluzioni più stabili ed efficienti. Basterebbe, anziché cementificare senza sosta, come vorrebbe Alemanno, recuperare il patrimonio pubblico dismesso, come le ex caserme, oppure utilizzare tutto l’invenduto di cui Roma è piena». «I cinque anni di tandem Alemanno- Polverini – denuncia l’Unione Inquilini in una nota – hanno spianato la strada ai palazzinari e alla speculazione edilizia, il centro destra è stato un “ariete” con cui i nuovi vandali del mattone hanno portato l’attacco alla città cementificando il territorio e predeterminando la dismissione speculativa delle case popolari».

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