“ROME LOVES POP-PUNK – XMAS PARTY EDITION” report – 26/12/2012

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Personalmente pensavo che il Traffic di Roma fosse un locale riempibile soltanto con il metalcore, o con nomi altisonanti. La serata “Rome Loves Pop-Punk – Xmas Party Edition” del 26 Dicembre 2012, un Mercoledì di Santo Stefano, ne è la smentita: gli sforzi di Not A Dream Booking e Rome Loves Pop-Punk hanno portato nel locale di Via Prenestina una miriade di giovanissimi filoamericani con pantaloni attillati, piercing, capelli tinti, voglia di divertirsi e, soprattutto, l'amore per un genere che negli Stati Uniti ha portato alla gloria tantissime band e che soprattutto in Giappone ed Europa dell'Est va ancora di moda. Per deliziarne i palati le due agenzie organizzatrici sopracitate hanno portato sul palco del Traffic ben sei formazioni musicali ”più o meno” emergenti della Capitale, tra il punk, l'hardcore e l'emo, per non scontentare nessuno ed abbracciare una fetta di pubblico, quella dei ragazzi a cavallo tra i 16 e i 20 anni, che pare esser rimasta l'unica a fomentare la scena musicale. E non si tratta solo di ascoltare canzoni dal vivo. E' un ritrovarsi con gente che condivide le stesse passioni, più o meno lo stesso look. C'è poi anche chi tenta il rimorchio più facile. Non è Woodstock e non lo sarà mai, ma fossero tutti così i concerti dei gruppi emergenti…

 

L'easycore punk dei Last Day On Earth è sul palco già alle 21:00 (è un miracolo, di solito, se una serata inizia prima delle 23:00) e apre la serata, per lasciare poi spazio agli Hard Landing, altra band underground di chiara influenza statunitense: sorvolando (anche se non troppo) sulle ripetute sgolate dei chitarristi-cantanti, a catturare gli sguardi della numerosa folla sotto lo stage è un tizio vestito da Babbo Natale, con tanto di barba, che lancia caramelle, fa presenza scenica (prima di mettere anche lui mano al microfono) e tiene alta l'attenzione su un gruppo che ha ancora molta strada da fare per arrivare ad alti livelli. Piccola nota per il batterista che a primo impatto, vuoi per i tatuaggi sulle braccia o per il classico “flash” di vedere persone già note, sembrava Travis Barker, il “collega” dei Blink 182. A seguire, i venti minuti degli Embrace Your Dreams, su cui vanno dette alcune cose: a livello scenico ci siamo e anche parecchio (canotte che più americane non si può, berretti con visiera piatta, pantaloni stretti), a livello musicale le loro canzoni possono anche andar bene ma la resa live a volte è impietosa per chiunque, soprattutto per giovani gruppi “alle prime armi”. Con questo non si vuole dire che quello degli Embrace Your Dreams sia stato un concerto da schifo, anzi, ad avercene tutti della loro grinta per scaldare il pubblico e coinvolgerlo in ogni momento… urge però un lavoro sulla ritmica, l'andare bene TUTTI a tempo, e qualche lezione di canto per un frontman che ha del potenziale (scenicamente è già perfetto così) ma, in questo caso, tecnicamente non è stato il massimo.

 

La serata procede bene, con immancabili gli alticci che si gettano ripetutamente dalle casse spia, e arriva il momento dei Punch In Mouth, con line-up rivoluzionata (soltanto due su cinque i membri originari rimasti) e tanta voglia di sfoggiare un po' di punk mischiato con post-grunge. Il nuovo cantante è tutta un'altra storia rispetto a quello vecchio e anche il neo acquisto bassista è un piacere per gli occhi di chi non va ad un concerto solo per sentire musica da un gruppo che rimane immobile di fronte a sé. Il loro “pugno in bocca” è lo scarto rispetto alle band precedenti. Non si tratta di una gara, è chiaro, ma una anche minima differenza di maturità ed esperienza si è sentita e ai Punch In Mouth questo va riconosciuto. Da curare un po', magari, l'impatto scenico con la gente di tutti, eccetto il bassman.

 

I più attesi dell'evento però sono altri: sono in quattro, sono reduci da svariati tour internazionali, rappresentano ormai da anni la scena hardcore/melodic punk di Roma, hanno fatto esperienza in giro per il mondo e sono cresciuti, con gli strumenti in mano e su un furgone bianco. Prima di loro avrebbero dovuto esserci The Sparks Within, ma un cambio di programma per imprevisti tecnici fa sì che i Bedtime For Charlie anticipino la loro esibizione da headliner a poco prima della mezzanotte. E, anche qui, la differenza con chi ha suonato prima è tanto, troppo percepibile. Farsi tre-quattro anni sui palchi di tutto il mondo è un'ottima palestra per chiunque e loro ne sono l'esempio: voce principale (del bassista) pulita, con pochissime sbavature, controcanti eccezionali dei due chitarristi (in particolare di Alessio Moroni, alla sinistra del frontman), canzoni eseguite alla perfezione con le giuste dinamiche, i giusti suoni e le giuste atmosfere regalate dalla gente in platea. Alla batteria c'è poi un fottuto treno che sostiene alla grande 40 minuti di ritmiche pazzesche, da distruzione di polsi e avambracci. Alla fine è un tripudio di applausi e complimenti per loro. In chiusura, un tizio tatuato e truccato che prima di cominciare la sua esibizione con The Sparks Within fa una capriola in stile capoeira in mezzo al pubblico, per poi strapparsi pezzi di pelle finta dal collo alla terza canzone, tirar fuori degli scream e growl splendidi, tanto che sembrano essere equalizzati da qualche addetto alla fonia, e regalare tanta di quella presenza scenica da artista consumato, che tiene incollato su di sé ed il suo gruppo lo sguardo dei presenti. Un sound emocore, in stile Escape The Fate per intenderci, fa il resto. Si finisce con i consueti DJ set e al bar con i rum e pera ad un Euro, per la gioia delle casse del locale, del punk e della musica.

Marco Reda

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