«Morire di carcere», la denuncia di Antigone

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Si muore e tanto in carcere in Italia, e anche a Roma. Lo dicono i dati presentati ieri dal rapporto annuale dell’associazione “Antigone” presentato ieri a Roma.

Dodici i morti nell'ultimo anno nelle carceri romane e della Provincia. Quasi tutti nella capitale, ben dieci, e due a Civitavecchia. Situazioni di grave disagio per lo più che portano a morti per suicidi, morti per overdose e in circostanze spesso poco chiare.

Qualcuno, magari che ha superato i cinquanta o sessanta anni d'età, muore per malattia. Il quadro di chi perde la vita in carcere ha molto a che fare con le condizioni di vita degli istituti penitenziari romani. Primo tra tutti c'è il problema dell’affollamento: ad esempio a Regina Coeli che potrebbe ospitare meno di 600 persone, a oggi ne contiene 1044, secondo i dati forniti da Antigone. «Alcune sezioni sono chiuse, in tutto o in parte – spiegano – e quelle aperte versano spesso in condizioni difficili con i detenuti costretti in pieno inverno a vivere senza riscaldamento e a lavarsi con acqua gelida».

Inoltre, spiegano «quasi tutti gli spazi destinati alla vita comune sono utilizzati come dormitori, mentre le celle del centro clinico previste per la degenza ospitano detenuti comuni che non hanno trovato posto altrove». Pochissimi sono poi i fondi per permettere il lavoro dei detenuti: a Regina Coeli con appena 476mila euro per il 2012, in diminuzione rispetto ai 611mila euro del 2011 si riesce a far lavorare soltanto 130 persone. Ma le problematiche sono tante, e in tutte le carceri romane. Come a Rebibbia femminile, dove risiedono 440 donne, a fronte di una capienza regolamentare di 281 posti. Un istituto che conosce problematicità importanti come la presenza di 15 madri, quasi tutte straniere, con i rispettivi bambini.

Sul tema della vita in carcere delle madri con bambini minori di tre anni ha parlato ieri l'associazione "a Roma insieme" impegnata da venti anni nel settore: «Restano comunque carceri perchè vi si applica l'ordinamento penitenziario con le limitazioni che ne derivano sia sotto il profilo dei rapporti con il mondo esterno (colloqui, visite ecc.) che con quello interno. Da anni sosteniamo che l'unica vera soluzione al problema sono strutture non detentive dove le mamme possono scontare la pena al di fuori del carcere».

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