Romagnoli, Fasciani e la Banda della Magliana: Roma spartita fra i padroni della mala

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Roma, lo spaccio e le scie di sangue: un legame purtroppo sempre più stretto nel tempo. Gli sviluppi investigativi che ha preso il caso dell'omicidio Sforna a Morena, hanno fatto ritornare prepotentemente a galla il problema della criminalità organizzata e delle potenti famiglie che nella Capitale gestiscono il traffico di stupefacenti in maniera sempre più “pesante”. Attività monitorate costantemente dalle forze dell'ordine che fanno il possibile per limitare il fenomeno.

E' di pochi giorni fa, per esempio, l'arresto di 23 romani tutti vicini alla famiglia dei Romagnoli affiliata addirittura ad una cosca della 'ndrangheta, quella dei Gallace, tramite un vincolo sentimentale tra Bruno Gallace e Francesca Romagnoli, figlia di Umberto (uno dei capi del gruppo capitolino). Un clan che, come è stato accertato nel corso del tempo, ha interessi nel traffico di stupefacenti in molte zone di Roma e provincia, dal Casilino a San Basilio, da Fiumicino a Velletri. E che non ha esitato ad utilizzare spesso le “maniere forti” per imporsi.

Proprio come ha fatto spesso la notissima famiglia dei Casamonica (il cui nome è venuto a galla nella vicenda di Morena): rom e sinti originari dell’Abruzzo insediati nel territorio capitolino da più di trent’anni, sono stati più volte protagonisti di sequestri e maxi-retate da parte delle forze dell'ordine le quali ben conoscono la loro influenza nei traffici della zona che va dalla fascia Sud della Capitale al confine con i Castelli e che nel gennaio del 2012 hanno dato un colpo importante a questo clan con l'arresto del boss Giuseppe Casamonica.

Spostandoci nell'area sud-est troviamo la famiglia dei Senese, guidata da Michele detto “O pazzo”: più volte arrestato, ha scampato pene pesanti per via di perizie psichiatriche che ne hanno attestato l'incapacità di intendere di volere. A nord e nel cuore della Capitale il nome più “temuto” è quello di Massimo Carminati, ex killer della Banda della Magliana alla fine degli anni Settanta, implicato e poi assolto nell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Proprio per uno scontro a fuoco subì nel 1981 una grave ferita all'occhio sinistro che da allora gli valse il soprannome di “Cecato”.

Dalla mappa capitolina dei “punti di riferimento malavitosi” collegati allo spaccio non può mancare il cognome dei Fasciani, capeggiati dai fratelli Carmine e Giuseppe, la cui egemonia si estende da San Paolo fino ad Ostia (fulcro della loro attività). Nel dicembre 2011 sono stati condannati (in maniera ancora non definitiva) alla pena di 26 anni e 8 mesi di reclusione come organizzatori di un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti che sembrerebbe avere rapporti intensi con la malavita spagnola.

Tiziano Pompili