Caso Budroni, poliziotto sotto accusa: sparò e uccise sul raccordo

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Quando il poliziotto aprì la portiera dell'auto l'uomo era già accasciato sul sedile. Gli occhi semi chiusi. E una chiazza di sangue sulla schiena. «Presto chiamate un'ambulanza, è ferito», urlò al collega. Ma la corsa al Pertini fu inutile: Bernardino Budroni è arrivato in ospedale morto. Erano le 5.45 di sabato 30 luglio 2011. Quella notte di quasi tre anni fa “Dino” è stato ucciso da un colpo di pistola sparato da Michele Paone, un agente in servizio al reparto volanti di Roma da sette mesi. E' finita così una lunga notte iniziata cinque ore prima in via Quintilio Varo, una viuzza vicino alla Tuscolana, nel quartiere Cinecittà. Lì viveva con suo figlio Giulia, la donna che qualche giorno prima aveva lasciato Dino dopo una relazione di tre mesi.

«Ieri notte mi ha citofonato, ma io non ho aperto, subito dopo mi ha telefonato dicendomi che spaccava tutto e che mi avrebbe accoltellato. Spaventata ho chiamato il 113», racconterà ai poliziotti del commissariato Romanina il giorno stesso. Chissà se già sapeva che il suo ex non l'avrebbe più perseguitata. E' sotto casa di Giulia che Dino è stato segnalato per la prima volta, intorno all'una. Davanti a quel palazzo arrivarono tre volanti di polizia. Tutti gli agenti confermeranno i danni al portone e all'ascensore: un vetro rotto, un’ammaccatura. Ma per il momento quelle saranno le uniche tracce di Dino. I carabinieri durante un successivo sopralluogo in via Varo troveranno anche un foro compatibile con un colpo d'arma da fuoco. «Non è stato fatto stanotte, risale a un capodanno di dieci anni fa», verbalizzerà l'ex portiere e inquilino dello stabile.

L'unico sparo letale quella notte fu quello che uccise Dino all'interno della sua Ford Focus. E' successo al termine di un inseguimento: Dino, intorno alle 5, tornò di nuovo sotto il palazzo di Giulia. Per quale motivo non lo sapremo mai. L'agente Michele Paone era nella pattuglia di sorveglianza che lo individuò e che cercò di bloccarlo, ma Dino non si fermò e cominciò una fatale corsa in strada. Tallonato prima da una volante, poi da una gazzella dei carabinieri e infine da una seconda pattuglia di polizia, percorse le stradine di Cinecittà, via Tuscolana e imboccò il grande raccordo anulare. L'inseguimento continuò per una decina di minuti in direzione della Nomentana finchè all'altezza dell'uscita Mentana le forze dell'ordine riuscirono a bloccare la Ford Focus. Dino era all'interno dell'auto ormai circondata quando Paone sparò. «Volevo impedirgli di scappare di nuovo», affermerà durante l'interrogatorio l'agente di polizia.

Che ora è indagato per “delitto colposo per imprudenza e imperizia nell'uso delle armi”. Il processo dovrebbe iniziare il prossimo ottobre. E la famiglia Budroni è pronta: vuole riabilitare la figura del proprio caro. «In questi anni mio fratello è stato dipinto come uno stalker violento, – racconta Claudia, la sorella della vittima – ma questa è solo una ricostruzione di comodo che infanga mio fratello, che ha pagato troppo caro le sue colpe». Per Francesco Petrocchi, il legale dei Budroni, il processo sarà anche il momento per «fare ricostruzioni più puntuali della vicenda e fare emergere le zone d'ombra che ancora avvolgono quella drammatica notte».

Elena Amadori

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