Omicidio a Tor Sapienza, l\’accusa dei residenti: «Il quartiere di notte diventa terra di nessuno»

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A via Giorgio Morandi, ieri pomeriggio, c’era un clima surreale. E non per via del cielo che sembrava preannunciare il temporale. È stato il rumore di quell’unico colpo di pistola che all’alba ha ucciso Claudio D’Andria ad aver turbato la quiete delle famiglie che abitano nei palazzoni di questo quartiere popolare di Tor Sapienza, al confine fra la Prenestina e la Collatina.

Verso le 15.30 tutto sembrava essere tornato alla normalità. Il solito traffico e il via vai di auto. Ma nello stabile dove il 62enne incensurato viveva insieme alla madre di 96 anni – era tornato a stare con lei dopo il divorzio dalla moglie – la domanda è sempre la stessa: perché? «Perché hanno sparato a un uomo mite, riservato, gentile?», si chiede una sua vicina di casa. Un’altra si affaccia alla finestra insieme al marito. Scuote la testa, dice di non voler parlare. Poi si lascia andare: «Conoscevo Claudio da quarant’anni. Era disponibile con tutti, usciva poco, quasi sempre lo faceva per portare a spasso il suo boxer». «Un uomo ombra», lo definisce invece un’altra inquilina del palazzo. Anche lei lo descrive come «una brava persona». «Sono sconvolta», aggiunge.

Proviamo a citofonare ad altri interni. Qualcuno riattacca senza parlare, altri si trincerano dietro a un «no comment». All’unico bar-tabacchi presente sulla strada si faceva vedere poco. «Abito anch’io a via Morandi, lo incontravo più che altro quando portavo a spasso il cane. Qui entrava di rado», dice la titolare.

Le piste battute dagli inquirenti sono tre: quella passionale, quella di un debito non pagato e quella degli stupefacenti (la più accreditata, visto il piccolo precedente dell’uomo risalente al 2004). «Vivere in questo quartiere – dice un abitante della zona – non è cosa facile. Il traffico di droga è ormai routine. La situazione è migliorata di recente, ma fino a vent’anni fa non avevamo nulla da invidiare a Scampia». Paragone forte, anche se a scorgere fra i meandri di questi palazzoni, che di notte – aggiunge ancora il nostro interlocutore – diventano «terra di nessuno», c’è da credere che sia davvero così.

Giorgio Velardi

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