Emergenza casa, la carica dei senzatetto

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Edifici abbandonati, case sfitte, alloggi popolari occupati indebitamente o entrati a far parte del mercato “nero”. A Roma, come nel resto del Paese, l’emergenza abitativa rappresenta uno dei problemi più seri ma anche quello che, potenzialmente, potrebbe essere risolto o quanto meno “attenuato” solo grazie a una chiara e decisa volontà politica.

Se l’abitare è rimasto un diritto solo nella Costituzione, dicono i rappresentanti dell’Unione Inquilini, è responsabilità di chi ci ha governato negli ultimi 3 anni e per questo, domani, nel giorno della prima convocazione della Camera dei deputati, movimenti e comitati per la Casa sfileranno davanti a Montecitorio per ricordare un passato in cui questo diritto è stato «vilipeso, stravolto, piegato agli interessi della rendita e della speculazione immobiliare».

I risultati prodotti dalle liberalizzazioni degli affitti, dalle dismissioni e dalle privatizzazioni sono racchiudibili in pochi numeri, quelli che riporta il Ministero dell’Interno: in tutto il 2011 650mila famiglie collocate nelle graduatorie comunali per l’accesso a una casa popolare, 30mila solo a Roma nell’ultima graduatoria; 65mila sentenze di sfratto emesse ogni anno, 7mila nella Capitale; 30mila sfratti eseguiti con la forza pubblica, 2400 solo a Roma. A questi dati si aggiungono le circa 350mila famiglie italiane e le 15mila romane a cui nel 2012 è stato azzerato il contributo affitto, che ora rischiano di dover abbandonare la loro casa per morosità. A chiudere il quadro di un universo tanto problematico quanto variegato solo nella città eterna ci sono i circa 10mila assegnatari di case popolari condannati a vivere nel degrado e senza manutenzioni da parte degli enti gestori, i 15 mila alloggi di enti pubblici in dismissione e sottratti alla locazione a canone sostenibile, le circa mille case popolari occupate senza titolo e subaffittate.

In teoria la medicina ci sarebbe ed è a portata di mano. A impatto zero, anche a costi ridotti. Si potrebbe cominciare da una vera regolamentazione nelle assegnazioni, attraverso una sorta di “redditometro” che garantirebbe la priorità a chi non può permettersi nemmeno l’affitto minimo, mentre chi è sopra la soglia di povertà verrebbe assegnato in spazi di social housing a canoni calmierati. Si potrebbero considerare come “utili” i circa 200mila alloggi sfitti ogni anno a Roma, anche se il dato va “depurato” dalle seconde case, edifici di rappresentanza e appartamenti locati in nero. Ma la risposta migliore potrebbe provenire da quegli edifici abbandonati e in disuso che sono presenti più o meno in tutte le zone della città: la ex clinica Villa Fiorita a Torrevechia, l’ex hotel Congress sulla Prenestina o l’edificio Acea in via Ostiense o l’ex Dazio all’incrocio tra via Ardeatina, via di Tor Carbone e via di Vigna Murata sono solo un esempio della “galassia” dei palazzi che possono essere recuperati e dare “respiro” a chi da anni attende una vera sistemazione. «Attualmente a Roma sono in corso dodici operazioni di autorecupero – dice Massimo Pasquini, dell’Unione Inquilini – e altri dodici potrebbero partire anche domani, se solo ci fosse la volontà. Che ovviamente non è quella di Alemanno, visto che il sindaco ha recentemente smantellato l’ufficio preposto».  

Diego Cappelli