Boldrini, la rivoluzione della normalità

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Mi aveva già colpita dal suo discorso d’insediamento: le sue parole sono suonate nuove, sorprendenti, quasi un atteggiamento rivoluzionario nella sua normalità: un augurio di buon lavoro ai giovani della politica, un saluto alle istituzioni e alle associazioni per cui ha lavorato, un pensiero per i troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce, un appello a farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore.

Ha svelato l’emozione, nel ricoprire una carica così importante ed impegnativa, scendendo quindi da quel piedistallo a cui eravamo tutti abituati. Sto parlando di Laura Boldrini, classe 1961, prima giornalista, poi portavoce dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e, dalla scorsa settimana, nostro Presidente della Camera.

Un’altra bella sorpresa è stata la sua intervista, domenica sera da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”. Ha argomentato i punti del suo discorso di insediamento mettendo in luce i problemi attuali del paese, puntando su una ripresa basata sul lavoro che secondo lei «è la madre di tutte le emergenze». Non si è risparmiata sul ruolo delle donne: «In Italia ci sarà la ripresa quando la figura femminile sarà centrale. Ma non basta essere donna, ci vuole qualità. Questa è la battaglia culturale da portare avanti. Attualmente soltanto il 52% delle donne lavora e si sa, quando le donne lavorano la produttività aumenta». Poi, finalmente, il tema dell’Europa, tanto caro a Laura Boldrini che da anni difende i diritti degli ultimi a livello nazionale ed internazionale: «Le questioni sociali e di diritto devono essere centrali; l’Europa deve continuare a rappresentare il sogno che era».

A questo punto mi si é aperto un mondo! Ecco una visione nuova dell’Europa: siamo così abituati a vederla come matrigna che ci bacchetta quando ci comportiamo male o quando non facciamo i famosi compiti a casa che ci siamo completamente dimenticati di chi siamo stati! Dall’Europa é partita l’era planetaria: nel 1492 i popoli europei intrapresero la conquista delle Americhe; é stata la culla della cultura mondiale, crocevia dei popoli. Perché oggi non è più al centro del mondo, ma è stata confinata a periferia della storia? Ci ritroviamo a essere declassati dalla stessa America alla quale abbiamo dato i natali che a livello economico ci ha superato, ma che a livello culturale avrebbe ancora tanto da imparare dal nostro vecchio continente. E noi?

Forse dovremmo fare la stessa cosa, ristudiare la nostra storia e utilizzarla per risollevarci dai problemi. Soprattutto dovremmo credere di più in noi stessi e nelle nostre capacità come in questi pochi giorni ci ha spiegato il nuovo Presidente della Camera.

Elisa Isoardi