Comune di Roma, le travi e le pagliuzze di Ignazio Marino e del Pd

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Comune di Roma, le travi e le pagliuzze di Ignazio Marino e del Pd

Ne hanno dette di cotte e di crude su Ignazio Marino al punto che, il quotidiano del Pd Europa, non vedrebbe con sfavore un commissario al Campidoglio. Anzi, qualche quotidiano ne fa già il nome nella persona dell’attuale prefetto Pecoraro. Uomo dello Stato e avvezzo alle più tempestose procelle come lo fu quella di Malagrotta recentemente esplosa con l’arresto di Cerroni e del suo team. Eppure in tutta la vicenda c’è qualcosa che non quadra, soprattutto a sinistra. Ieri parlamentari, consiglieri, assessori e dirigenti, il Gotha del Pd, hanno pubblicamente criticato i toni allarmistici, al limite dello scontro istituzionale, di Ignazio.

IL TERZO DECRETO – Ma lo ha fatto nella certezza che il terzo (dicasi terzo) decreto “salva Roma” sarebbe stato approvato dal Governo e soprattutto dopo aver fiutato gli umori di Matteo Renzi, che il sindaco di Roma l’ha strapazzato ben bene richiamandolo all’ordine e alla dignità della sua funzione. Parliamo di quel Pd che con i Marroni, i Causi, i Morassut e tanti altri in blocco, ha demolito qualsiasi ipotesi per un radicale risanamento dei disastrosi conti capitolini. Gli stessi che hanno fatto passare emendamenti quali la illicenziabilità dei dipendenti delle municipalizzate, l’ostracismo a qualsiasi forma di privatizzazione, sia pur parziale, allineandosi perfettamente con le pretese del sindaco. Per non parlare di Sel, pronta (insieme a Tredicine) ad andare sotto palazzo Chigi per manifestare al grido di “datece li sordi”. Chi è senza peccato scagli la prima pietra a partire da Goffredo Bettini, ieri assente alla riunione e prossimo al salto per il paramento di Strasburgo, che Marino lo ha imposto alle primarie dopo averlo scelto come il terzo incomodo nella competizione congressuale fra Bersani e Franceschini anni fa (come sembrano lontani quei tempi).

RENZI E I PARTITI – Oggi todos caballeros con Matteo che promette anche ai parlamentari  del Pd di salvare la poltrona sino al 2018. Certo Renzi ha battuto un colpo nei confronti del sindaco, ma è anche vero che il sindaco, sin dall’inizio, ha ritenuto di dover prendere le distanze dai partiti. Ragione di più dal Pd, per la loro scarsa credibilità. Il suo richiamo di ieri ai “forconi” lo testimonia. Ignazio ambisce a essere il sindaco di tutti i cittadini romani (che l’hanno votato sì e no al 25%), senza avere lo skill del grande comunicatore che va tanto di moda oggi. Così Marino ha preferito farsi la sua di squadra, rinforzandola con qualche innesto delle passate gestioni “de sinistra”, ma sostanzialmente una squadra con persone di sua fiducia come fecero Rutelli prima e Veltroni poi. Probabilmente nel corso della sua vittoriosa campagna elettorale non ebbe la percezione, lui chirurgo, senatore dimissionario e uomo di mondo più che romano, del ginepraio nel quale è andato a cacciarsi dopo la sciagurata gestione di Alemanno e quella prodiga e dispendiosa dell’ultimo Veltroni che non incappò nella spending review di Monti. Nè valgono molto le recriminazioni di Marchini sul “te l’avevo detto io.”

IL BUCO NERO – Ora qualche autorevole commentatore sostiene che con il nuovo decreto il sindaco sarà quasi commissariato dal Governo e dal Pd. Una sorta di  condizionamento politico che non colmerà il buco nero dei conti capitolini nel quale il Comune ri-sprofonderà nel 2015. A meno che Marino esca dalle fumisterie dei Fori, della ciclabili, della rigenerazione urbana, dai modelli stranieri di smart city e sfrutti la sua indiscutibile onestà per rimettere mano a un ripensamento della macchina comunale scassata e senza più carburante. Se possibile, levandosi dalla testa le trame occulte del capitale rapace che vuol mettere le mani su Atac e Ama che nessuno si accatterebbe neanche gratis e senza confondere la cessione di quote Acea con la privatizzazione dell’acqua. Marino è anche contornato da persone capaci, ha fatto assunzioni per potenziare il suo staff e allora metta in piedi rapidamente la Sua cabina di regia (come avrebbe dovuto fare dall’inizio) per non arrivare al 2015 con l’acqua alla gola e magari al deprecato commissariamento. Al quale, ne sia certo, Roma sopravviverebbe comunque.

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