Comune di Roma, se non arrivano i soldi Ignazio Marino blocca la città

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Senza il Salva Roma «io da domenica blocco la città. I romani non potranno girare. Le persone dovranno attrezzarsi. Fortunati i politici del palazzo che hanno le auto blu e potranno girare.» Sale sulle barricate di Radio 24 il marziano che fiutato il vento dell’antipolitica dilagante. «Roma deve poter spendere solo i soldi che ha. Sono veramente arrabbiato e lo sono anche i romani, e hanno ragione. Dovrebbero inseguire la politica con i forconi» aggiunge senza soppesare le parole. Perché Lui, e solo Lui «ci mette la faccia». Chissà se Renzi, alle prese con il nuovo e il Pd che si è svenato per il secondo decreto “Salva Roma” saliranno sulle barricate con lui che pretende i soldi dovuti. Ma de che? Vediamo di spiegarlo in soldoni mentre Ignazio attende che il Governo gli assegni la sua Job description (sic) come ha detto ieri.

DEBITI SU DEBITI – Intanto precisiamo che alla Capitale, come in molti comuni italiani anche al nord, nessuno deve un bel niente perché sono indebitati sino al collo e continuano a macinare debiti nonostante la spending review che li ha messi in ginocchio nella erogazione dei servizi. Per di più Roma ha un debito di 20 miliardi accumulati nei decenni, compreso il periodo del dispendioso grandeur veltroniano. Alemanno, contrariamente a Marino che da Marchini era stato pure avvertito del buco di bilancio 2013, fiuta il pericolo del default e chiede aiuto a Gianni Letta e Gianfranco Fini, allora al governo con  Berlusconi. I due potentoni allora si inventano una sorta di bad company. Ovvero commissariano il debito, lo congelano, ed impegnano il Comune a restituire 500 milioni l’anno, solo che 300 ce li mette sempre lo Stato e gli altri 200 il Campidoglio. Onere che giustifica una tassazione comunale di 1040 euro a cittadino lattanti compresi, contro la media nazionale di 440. Succede allora che Alemanno anziché porsi il problema di un risanamento della macchina comunale e delle municipalizzate, prosegue l’allegra politica dello scialo mettendoci del suo con assunzioni gonfiate e concessioni clientelari, bloccato solo da Monti con la spending review. Non solo, ma in attesa delle elezioni  si guarda bene dal far approvare il bilancio preventivo 2013 e paga tutto in dodicesimi lasciando la patata bollente a Marino che chiude il bilancio a fine dicembre. Ma lo chiude grazie ai 485 milioni del decreto ritirato ieri dal Governo.

LA VERSIONE DI MARINO – A questo punto Marino, la sua coalizione e tutti i parlamentari romani vogliono far credere alla gente che quelli non sono soldi elargiti dal Governo, ma soldi dovuti al Comune dal Commissario al debito sulla scorta del seguente ragionamento: Io Comune sono creditore insieme a tutti gli altri (che invece aspettano «perché Io so Io e voi siete un c…») . Quindi non mi scali i 500 milioni dai 20 miliardi che ti devo, ma me li dai. Artificio contabile che apparentemente non implica un esborso, ma comporta un costo sicuro allo Stato. Siccome la gente non ha l’anello al naso (anche se legisti e “grillini” si comportano come baluba congolesi) succede che tal Linda Lanzillotta fiuta l’impiccio e dice: mettiamoci pure una pezza, ma tu Marino metti in ordine i conti soprattutto nelle municipalizzate. Taglia, ristruttura e privatizza qualcosa soprattutto nelle tue società che da sole fanno quasi 2 miliardi di debiti. Apriti cielo! Dalle Camere parte una raffica di no trasversali: per Roma “nun se taja”, ma “se scuce”. Punto e basta. Questa la vulgata ad usum populi nella marea di cazzate che circolano un questi giorni. Oggi Marino “Daje” Zapata minaccia la rivoluzione delle plebi, ma se dopo 8 mesi di governo avesse presentato Lui, uno straccio di piano di risanamento si sarebbe evitato questo bel casino.

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