Comune di Roma, Ignazio Marino: dopo di me il diluvio. Il Pd lo affonda

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«Non condividiamo i toni usati da Marino, non si possono terrorizzare così i cittadini». Questo il verdetto del Pd capitolino sulle esternazioni, ai limiti dell’isterismo, che Ignazio Marino ha profuso per tutta la mattinata dalle radio meritandosi una tirata d’orecchio dallo stesso governo “amico” di Matteo Renzi. Tutti i maggiori esponenti democratici sono stati convocati in via delle Sette Chiese per prendere le distanze dal sindaco e dal suo inopportuno populismo, soprattutto mentre il sottosegretario Del Rio sta mettendo a punto il terzo decreto “salva Roma” che verrà presentato entro domani. All’incontro, dai toni nevosi, erano presenti dirigenti, parlamentari e consiglieri per decidere la linea del partito dopo il ritiro dall’aula del secondo decreto avvenuto ieri.

IL BLOCCO DI ROMA – Era inevitabile vista la piega che stava prendendo lo scontro tra Ignazio e il Governo con toni inusualmente anti istituzionali di un sindaco che ha fatto quasi appello alla rivolta popolare.  «Io da domenica blocco la città. I romani non potranno girare. Le persone dovranno attrezzarsi. Fortunati i politici del palazzo che hanno le auto blu e potranno girare.» (vedi allegato) aveva detto a Radio 24. Poi su Radio Radio aveva annunciato che senza i soldi del Governo doveva togliere «il 90% a tutti i contratti delle società che dipendono dal Comune, dal Tpl, che vorrebbe dire niente più autobus, alla cultura, ovvero dovremo chiudere i musei, fino alla pulizia della città, quindi niente più raccolta dei rifiuti urbani». Per non parlare della già schifosissima manutenzione delle strade e delle scuole che verrebbe azzerata. Ma Ignazio dimostra che di saper navigare con furbizia. Infatti ieri aveva minacciato le dimissioni  ma oggi, fulminato dalle sue responsabilità sulla via di Damasco (dimostrando una scarsa conoscenza delle conseguenze giuridiche e amministrative del default) ha dato i numeri.

LE MINACCE DI MARINO – «Se io mi dimetto arriverebbe un commissario che licenzierebbe il 50% del personale, circa 12.500 persone, almeno il 50% di quello dell”Ama, quindi 4.000 persone, venderebbe Atac ai privati, con un altro taglio del 50% del personale. Venderebbe poi Acea, consegnandola ai privati e contravvenendo al referendum che ha detto che l’acqua deve restare pubblica». Un cocktail di affermazioni minacciose coniugate con palesi esagerazioni e molte superficialità. Con il risultato di  irritare l’establishment senza procurare vantaggi al suo declinante consenso popolare. Il Pd è stato così costretto ad uscire dal suo riserbo tattico, confermando i dissidi con il sindaco che da tempo covano sotto la cenere.